Note di carta

Stirare le camicie di lui, in pieno agosto, con 38 gradi e un’afa irrespirabile non era certo il suo passatempo preferito.
Accampata nello stanzino del disbrigo, l’angolo più a nord della casa, si era puntata il ventilatore addosso per togliersi immediatamente di torno il vapore che fuoriusciva dalla piastra. Ma non andava molto lontano, rimaneva sospeso e se lo ritrovava comunque appiccicato alla pelle. Aprire la finestra era inutile e il vecchio climatizzatore non ne voleva sapere: o lui o il ferro da stiro, altrimenti saltava il contatore. Un’agonia.
Tutta la sua vita ultimamente era un’agonia.
Stava pensando di lasciarlo, di andarsene, nascondersi in qualche luogo remoto per respirare un po’ d’aria sana, fresca, nuova.
Era stanca. Sempre arrabbiata. Niente sembrava andare per il verso giusto.
Sbagliando movimento, la punta del ferro s’incastrò in una cucitura bloccando il resto del passo e accartocciando la stoffa. Eccola lì, una brutta piega proprio sopra il taschino. Accidenti!
Il cellulare vibrò sopra la cassettiera vicino alla porta. Non si scompose di andare a vedere, era l’ennesima notifica di qualche foto inviata dalle amiche, qualcuna in vacanza nell’assolata riviera, qualcun’altra a refrigerarsi in montagna.
E loro invece ancora lì, incastrati in città, tra i conti che non tornano, i pagamenti che arrancano, il lavoro che opprime.
Sbuffando, tentò di salvare la camicia: uno spruzzo d’acqua, un po’ d’appretto e questa volta un colpo attento ma sicuro.
Fosse così semplice sistemare anche tutto il resto. Un colpo di spugna e via.
Beh, forse lo era. Nascosto nel suo portafoglio aveva un biglietto da visita di un avvocato divorzista.
Ma certamente quello non sarebbe stato un colpo di spugna indolore.
Si spostò per poggiare la camicia piegata nella poltrona assieme alle altre, ma nel breve spazio angusto urtò la gamba di legno del bancone a lato. Un lieve rumore metallico indicò che qualcosa di piccolo era caduto, ma non avrebbe saputo dire cosa.
In quello stanzino non c’era proprio posto per lei.
Il tavolo di lui, pieno di modellini da rifinire e dell’ultimo appena cominciato, sotto la grande lampada e la lente d’ingrandimento.
E scatole, scatole ovunque. Piene dei suoi lavori conclusi. Non si potevano vendere e ricavarne qualcosa almeno?
Assolutamente no. Erano parte della sua straordinaria collezione che cresceva a vista d’occhio, occupando ogni centimetro possibile della stanza.
Gli intrusi erano lei e il ferro da stiro.
Lui si salvava così. Ogni sera rincasava tardi, mangiavano quasi in silenzio e poi lui si ritirava qui, tra figurini, pennelli minuscoli e colori puzzolenti.
Ma a lei, a lei cosa restava, eh?
Un lavoro sempre più striminzito e mal retribuito, sacrificato in onore della famiglia, della casa, del focolare che stavano tentando di costruire. Non ricordava nemmeno più quand’era l’ultima volta che si era concessa un sabato di shopping con le amiche, fresca di parrucchiere. O un aperitivo con le colleghe dopo il lavoro. Non c’era mai tempo per lei.
E non c’era nemmeno mai tempo per loro due. L’ultima cena romantica insieme? L’aveva cucinata lei, con poco entusiasmo.
Non si meritava questo.
Altro che croce da portare. Perché mai un matrimonio che nasce dall’amore deve diventare una croce?
Sperava che fosse il caldo, questo opprimente forno d’agosto in città, a metterle in circolo solo pensieri negativi.
Pensava e ripensava a questo, quando sentì una musica lontana, come un bambino che si esercita col flauto di scuola.
Insisteva sempre sullo stesso pezzo, gli stessi giri di note, scandendole una ad una lentamente. La conosceva, era anche famosa quella canzone…ma certo! Era la colonna sonora del film Love story.
Perché mai la facevano suonare a scuola? Così triste poi.
Il ripetersi infinito della stessa strofa iniziò a disturbare la sua concentrazione e chiuse la finestra, pensando di smorzare quelle note continue.
Ma la musica era lì, nella stanza, più vivida che mai.
Stranita, controllò il suo cellulare: volume al minimo. E poi non era una delle sue suonerie.
Si girò intorno: il lettore mp3 giaceva sopra la scrivania portacomputer, spento, senza nemmeno la batteria carica.
Lì a fianco, il computer portatile su cui aveva letto le mail poco prima aveva il sonoro impostato su muto. Gli si avvicinò con l’orecchio alle casse minuscole vicino alla tastiera, ma si sentiva solo la ventolina girare arrabbiata.
Eppure sentiva quella lirica struggente continuare ad arrovellarle la testa, con la sua scala di note che continuava a discendere verso la tristezza di un amore sconsolato.
Da dove arrivava quel tormento?
Che fosse solo dentro la sua testa? Stava così male da sentire le voci?
Cambiò stanza. In cucina non si sentiva più.
Tornò indietro. E’ qui, nello stanzino, ma dove?
Così flebile, la musica sembrava rimbalzare tra gli oggetti e non riusciva a capirne la provenienza. Non c’era nulla che potesse suonare, non certo i modellini, erano solo statuine dipinte.
Girava nella cameretta annusando l’aria. Che stupida! Le note non si annusano!
Stava forse impazzendo? Era davvero di fronte ad una crisi depressiva?
Chiuse gli occhi, respirò a fondo e cercò con calma di capire la fonte della melodia. Si mosse lentamente, si avvicinava, sempre più, la sentiva, quasi la toccava. Ora era davanti a lei.
Li riaprì. Veniva dai cassetti della sua scrivania da ragazza, dove condivideva il computer con lui.
Aprì il primo. Niente. Non sembrava provenire da lì.
Lo richiuse e spalancò il secondo. Le note esplosero impetuose.
Lì c’erano solo ricordi, vecchie cose. Imbambolata, sollevò le buste, spostò i fogli, scorse le scritte, finchè non trovò una cartellina rosa. Era lei che cantava, ora più che mai, imperterrita e ostinata nel diffondere quel motivo struggente.
Riconobbe all’istante il suo contenuto. Erano le loro lettere d’amore, i biglietti di San Valentino, le promesse sdolcinate, i compleanni condivisi, i loro Natali, i loro segreti. Era tutto lì. E da tempo non veniva aggiunto nulla.
Perché non si scrivevano più?
In mezzo, un cartoncino musicale aveva deciso di spargere la sua poesia senza nemmeno essere aperto. Così, all’improvviso. Nel giorno e nell’ora in cui lei stava per buttare via tutto. Un caso?
Lo estrasse dalla sua busta rossa. L’immagine in bianco e nero di due bambini che si baciavano su un balcone, incorniciata da tanti cuori colorati. Era chiuso, la sua batteria vecchia e scarica, eppure cantava a squarciagola, contro ogni legge della fisica.
Perché proprio ora? Che cosa le voleva dire?
Lo aprì. La grafia di lui le aveva scritto parole che non si potevano leggere ad alta voce, perché perdevano forza e sostanza.
Ma erano lì, impresse nel cartoncino. Per sempre. Impossibile dimenticarle.
La lacrime finora trattenute presero il largo nel suo viso, indipendenti e copiose.

 

Se ne stava lì, accovacciata a terra col biglietto ormai muto in mano, quando qualcuno entrò dall’ingresso.
Dimenticando tutta la rabbia e ricordando ciò che li aveva invece portati sino a quel momento, corse incontro ad abbracciarlo.
Sorpreso, lui la cinse con un solo braccio. Nell’altro reggeva un mazzo di rose rosse e profumate. Erano troppi anni che non gliele regalava più. Era passato davanti al fioraio e non sapeva nemmeno lui perché, ma aveva sentito il bisogno di entrare.
Una piccola busta fucsia cadde a terra.
Dentro c’erano promesse nuove.

 

Quando vi mancano le parole, lasciate parlare la carta.
Un biglietto diventa una potente ancora di salvataggio.

(c) 2016 Barbara Businaro

 

 

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22 commenti su “Note di carta

  1. Non è proprio il mio genere, però si legge bene 😉
    Unico appunto, troppe domande. Qualcuna va bene, ma troppe finiscono con l’appesantire la lettura senza aggiungere nulla.

    1. Un consiglio da un pesce pirata vale doppio! Grazie! 😉
      E’ vero, troppe domande. Però è anche vero che nella testa di una donna, i centomila neuroni impazziti fanno domande continuamente, immagina cosa ne esce fuori!
      C’era un divertente sketch di Paolo Migone a Zelig che spiegava la differenza tra il neurone maschile (uno solo, come la bollicina di sodio, che risponde semplicemente si/no ad ogni domanda) e i centomila neuroni femminili (una nuvola perennemente rumoreggiante, che non risponde, ma interroga!) 😀

      1. Tranquilla, costa uguale 😀
        Grande Migone 😉
        Sì vero, per questo alcune domande, quelle più esistenziali, le manterrei, ci stanno. Di quelle più narrative invece qualcuna la sacrificherei.

        1. Rileggendolo ho capito. Alcune domande (tipo Ma a lei, a lei cosa restava, eh?) lasciarle uguali. Altre trasformarle in discorso indiretto (tipo da Non si potevano vendere e ricavarne qualcosa almeno? in Gli aveva chiesto se si potevano vendere e ricavarne qualcosa almeno.). Quindi oltre a trattenermi dai tre puntini (mi scappano da tutte le parti!), devo trattenermi anche dai punti di domanda! 🙂

          1. Esatto! Ah anche tu hai il vizio dei puntini? Allora abbiamo gli stessi vizi, anche a me scappano puntini di sospensioe e punti interrogativi 😀 Poi rilecco col bisturi, o con l’accetta a seconda dei casi.
            Un’altra cosa, mi son reso conto che a volte scrivendo metto una domanda perchè sono io, come autore, ad avere il dubbio. Quando mi chiarisco il dubbio mi rendo conto che la domanda non serve più.

  2. E’ che a metà racconto avrei fatto una colletta per pagarle l’avvocato. Poi invece sono rimasta imbarazzata nel corridoio mentre si abbracciavano. Ecco… dovrebbe sempre finire così..con l’amore.
    Mi è piaciutissimo. Brava.

    1. Grazie Nadia! Contenta che sia piaciuto e che, in qualche modo, ti abbia sorpreso il finale.
      Dovrebbe sempre finire così. A volte non è possibile, ma teniamoci la speranza almeno sulla carta, va! 🙂

  3. Bello, soprattutto perché c’è il lieto fine, io pensavo finisse con la telefonata al l’avvocato divorzista…perché lui che colleziona modellini da accumulare mi ricorda situazioni già viste e finite con una separazione. Però forse un mazzo di fiori e ricordare i momenti belli dell’innamoramento può servire a salvare un amore (se non è troppo tardi)…

    1. Grazie Giulia. Ho una predilezione per i lieto fine. In questo caso è un salvataggio, in altre cose che sto scrivendo è abbandonare la barca per salirne in un’altra. A volte si, è troppo tardi. O forse era così che doveva andare. Siamo anche il risultato dei nostri errori e non è sempre un male, anche se fa male. 🙂

  4. Devo dire che l’universo femminile è proprio così, fatto di dubbi, richieste, perplessità che non hanno risposte logiche nell’immediato, ma solo supposizioni (spesso tutte infondate!). Ritrovare il motivo che ti riporta sulla strada maestra di un amore ritrovato (e rinnovato!) emoziona! Brava, Barbara!

    1. Grazie Daniela. Vedo che confermi anche che spesso le supposizioni sono solo infondate. Spesso, ma non sempre. Di sicuro c’è un malessere dietro a quel biglietto nascosto nel portafoglio che ho lasciato come indizio. Ma magari c’è altrettanto malessere dietro ai silenzi a tavola (altro indizio). E basterebbe solo passare dal fiorista una volta ogni tanto! 😉

  5. Anch’io come Giulia mi aspettavo il finale triste, alla Love Story appunto.
    Mi vengono i lacrimoni solo a vedere la prima scena del film!

    Ho gradito molto questo racconto, l’ho letto tutto d’un fiato. Sarà che mi si addice la storia da Desperate Housewives? In realtà non ho mai stirato in vita mia e ne vado fiera, ma da donna mi sono immedesimata subito.

    1. Credo di aver visto Love story solo una volta in vita mia. Non è tra i miei preferiti. E non riesco a stare sopra i 30 gradi senza clima, figuriamoci stirare! Però ci vedo nonne, mamme e amiche nella quotidianità. Se non è lo stiro, è qualcos’altro… 😉

  6. Molto delicato! e le eccessive domande non mi disturbano, anzi. Una cosa però non capisco:
    “Aprire la finestra era inutile” quindi non è stata aperta… o sì ma, allora sarebbe stato meno ambiguo e più chiaro un “tenere la finestra aperta era del tutto inutile” perché dopo la protagonista “chiuse la finestra” ma se aprire la finestra era inutile si è portati a pensare non l’abbia aperta e perché mai poi la chiude?
    Molto femminile il tuo modo di scrivere. E anche quando tratti di sentimenti ed emozioni non scadi mai nello sdolcinato e nel cliché.

    1. Uhm, interessante la tua osservazione. Nella scena, mi sono figurata che lei avesse la finestra aperta, ma che fosse inutile (pur lasciandola però aperta). Ecco perché poi va a chiuderla, pensando che la musica arrivi dall’esterno. La tua è un’osservazione attenta da editor. Ma possibile che i miei beta non le trovano mai ste cose??? 😀

      1. Eh sbagli di “incongruenza testuale” come si chiama, credo, questo tipo di errori, ne ho fatti anch’io e anche grossi come una casa, da compromettere l’intero racconto: mi bastò cambiare un verbo senza dare troppe spiegazioni tecniche. Meno male che non l’ho pubblicato! Chissà, in futuro, magari postumo)

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