La fabbrica di acciottolato

I pensieri sono come le pietre. Lisce, sfaccettate, brillanti, sporche, appuntite, pesanti.
E le persone senza pensieri sono così leggere da volare via in un attimo.
Ecco perché Joe lavora in una fabbrica di ciottoli. Lo aiutano a rimanere solido, con i piedi ben saldi, radicati a terra, senza fronzoli.
Ma un giorno arriva qualcuno che sovvertirà il suo ordine, qualcuno che di notte toglie i sassi incastonati di tutte le strade e… semina margherite.
Tutta la città si sveglia ogni mattina invasa da buche improvvise e splendidi mucchi di steli fioriti che distraggono i passanti.
Le signore, sconcertate da questa novità, si ritrovano loro malgrado a gambe all’aria.
Perché se camminare sui ciottoli con i tacchi è difficile, in un prato è impossibile.
Per non parlare delle biciclette! Per evitare di rovinare le piccole aiuole, i ciclisti finiscono rovinosamente a terra addosso agli altri squarci dell’acciottolato.
Gli stessi fiori imperituri si affacciano minacciosi all’entrata della fabbrica, direttamente sotto il suo guardingo cancello.
Nessun indizio su chi sia il colpevole.
Se non quell’impronta sull’erba fresca del nuovo giardino che ha invaso il vialetto di casa sua. Riuscirà Joe a salvare la fabbrica e i suoi pensieri?

 

Ian MacRury non era molto sveglio già di suo e non gli faceva granché differenza scendere dal letto all’alba per raggiungere la panetteria dove lavorava come garzone. Ancora assonnato nonostante il caffè fumante, attraversava silenzioso come uno spettro il paese dormiente, avvolto nella nebbia bagnata. Nemmeno il gallo del vecchio Rob Peterson si scomodava al suo passaggio, non avrebbe cantato per almeno un’altra ora buona. Solo la punta nevosa della montagna lo salutava restituendogli il lieve bagliore dei primi raggi di un altro orizzonte, al di là della valle. Sopra la sua testa le ultime stelle tardive.
Eppure quella mattina Ian MacRury si ritrovò lungo disteso davanti al sagrato della chiesa e non c’entrava nulla la sonnolenza. Era sicuro che qualcosa gli avesse legato i piedi. Spaventato dalla brusca caduta, si girò a controllare le scarpe logore e la pubblica via dietro di sé. Solo ombre e quiete. Ancora sbigottito, si alzò con fatica e osservò mesto i calzoni imbrattati di pantano. Più in là trovò la causa del misfatto: mancavano almeno tre ciottoli dal lastricato e doveva essere inciampato nella buca. Di solito le pietre si consumavano o si spaccavano sotto il peso degli anni e del ghiaccio, ed era Joe Moray della fabbrica ad occuparsi personalmente della sostituzione, senza lasciare traccia. Ma qui erano state rimosse di fresco, cosa alquanto curiosa. E ancora più strano era trovare al loro posto una zolla di terra erbosa, con una candida margherita di montagna che lo guardava imperterrita. Tornò comunque alle sue faccende, pensando che lo scherzo di qualche folletto dei boschi sarebbe stato un ottimo argomento all’ora di pranzo. Seppure nessuno come al solito gli avrebbe dato credito.

 

Qualche miglio più in su, proprio Joe Moray usciva di casa per raggiungere la fabbrica di acciottolato, dove prestava servizio da ben vent’anni, da quand’era appena un ragazzo imberbe. Aveva avuto bisogno della solidità della pietra quando il padre aveva abbandonato lui e la madre per il Nuovo Mondo. E ancora quando il cuore gli si era frantumato in mille pezzi una mattina di maggio, quella che doveva essere l’ultima da scapolo. Ora quella stessa fabbrica che gli aveva tenuto insieme i pensieri gli dava qualche preoccupazione. La concorrenza negli ultimi anni era diventata particolarmente agguerrita: ai ciottoli di fiume, naturali e resistenti, venivano preferiti quelli piatti di mare, già pronti per le pavimentazioni della città, quelli orientali suggestivi per le loro venature cromatiche o i semilavorati del marmo e del granito, lucidi e luminosi. Ogni mese i conti alla fabbrica quadravano con difficoltà, era lui stesso a controllare i libri mastri insieme al direttore Thomas Campbell. Occorreva un’idea, e abbastanza in fretta. Tutto il paese bene o male dipendeva da quell’azienda, allevamento e agricoltura davano appena i mezzi per passare l’inverno. E non tutti gli anni.
Immerso nelle sue elucubrazioni, Joe non si accorse della donna che stava avanzando nella sua direzione, risalendo dal centro del villaggio. Doveva essere la nuova vicina di casa, che quella stradina serviva solo le loro abitazioni. La signora Frida se n’era andata al camposanto già da sei mesi, alla ragguardevole età di ottantaquattro anni. La lapide l’avevano lavorata giù alla fabbrica, un unico blocco di pietra con le incisioni in ferro battuto. Uno di quei funerali dove c’era tutto il paese compatto, che la signora Frida era stata la maestra di buona parte di loro. Questa nuova arrivata doveva essere una lontana nipote, giovane vedova, a quel che aveva sentito da Angus Thorburn, l’unico avvocato del paese, al consueto venerdì del Whist al pub.
Non l’aveva ancora conosciuta e se ne stava ben distante, non voleva dare confidenza finché non avesse saputo che tipo era. Che l’ultima cosa di cui aveva bisogno era una vicina pettegola e impicciona, come la signora Trotter, Dio gliene scampi! La signora Frida non gli aveva mai dato alcun problema, ma è pur vero che nella vecchiaia non ne aveva nemmeno avuto la forza.
Quando furono solo a un metro di distanza, l’ondeggiare di una gonna blu scuro rivelò l’inchino della signora, accompagnato da un soave, seppur timido, “Buongiorno”.
Joe salutò con un cenno del capo, continuando a fissare i suoi piedi, gli occhi nascosti dalla tesa larga del cappello, e tirò dritto giù verso la fabbrica.
Nemmeno pochi passi e scorse il suo aiutante, il giovane Callum Brewster, correre a perdifiato su per il pendio verso di lui, gli stivali più grandi di due taglie che lo ostacolavano nella salita, facendolo sembrare un cervo rosso azzoppato.
“Joe! Corri!” Gli arrivò davanti ansimante, senza nemmeno più un fil di voce.
“Beh, che succede?”
“Un…sortilegio…i ciottoli…quasi ogni strada…pure dalla cappella al crocicchio…”
Joe lo scosse per le spalle impaziente.
“…qualcuno si sta fregando le pietre in paese!” urlò di colpo il ragazzo.
“E chi?”
“Non si sa…ma il camerlengo dice che è colpa nostra! Perché così ci deve pagare le riparazioni…e dato che alla fabbrica abbiamo bisogno di soldi…”
“Quell’uomo ha meno cervello di un formaggio ammuffito! Andiamo!” Joe prese a scendere a larghe falcate il viottolo, borbottando rumorosamente tra sé, seguito a fatica dal ragazzotto che continuava a chiedergli di aspettarlo.

 

Erano spariti una dozzina di ciottoli, di forma e dimensioni differenti, in altrettanti diversi punti del paese, in maniera del tutto casuale. E nessuno aveva visto o sentito nulla, nemmeno un sibilo o un rimestar di foglie.
La cosa si ripeté anche nei giorni successivi, tra l’ilarità dei bambini e la preoccupazione degli anziani. Accadeva sempre nell’oblio notturno: la sera all’imbrunire le stradine erano state sistemate con nuove pietre e la mattina ci si risvegliava con altrettanti mucchi di steli fioriti sparsi qua e là. Sebbene crescesse copiosamente nei boschi adiacenti, quel tenerissimo fiore di montagna non s’era mai affacciato al centro abitato. Ora sembrava volesse rimarcare il territorio che un tempo lontano era stato esclusivamente suo. Furono rispolverate vecchie leggende e creature magiche, ma nessuno dei rimedi conosciuti sembrava sortire effetto.
Nonostante l’inquietudine che serpeggiava tra gli abitanti, Daisy Primrose aveva lasciato la figlia da sola in casa, profondamente addormentata dopo la febbre e la tosse che le avevano sconvolto il sonno, ed era corsa in paese, per un po’ di latte e pane fresco, consegnare i rammendi e i vestiti nuovi da lei confezionati e prendere, sperava, altrettanto lavoro dalla signora Arbuthnott. La rendita della zia era a malapena sufficiente per loro due e doveva provvedere anche alle medicine per la bambina, anche se il dottor Grierson era sempre molto buono con loro, chiudendo un occhio sul suo compenso. Era molto preoccupata per la figlioletta e questi malanni che la costringevano spesso a letto da quando si erano trasferite. Mindy era già una bambina fragile, con le sue diversità, e la signora Daisy aveva sperato che la montagna le avrebbe giovato. Seppure sorridente come non mai, tossiva spesso e qualche volta le saliva la febbre. Forse un sintomo che lei dopotutto quella notte, quella feroce notte, aveva sentito ogni cosa. Forse aveva capito che suo padre la odiava, che non l’aveva mai voluta davvero e che l’aveva considerata una maledizione del cielo. La signora Daisy aveva fatto il possibile per nasconderle quest’infelicità ma quella sera lui aveva urlato il suo odio per tutta la casa. E in fondo da quella stessa notte, quando suo marito uscito ubriaco era morto in un incidente, loro due avevano cominciato a vivere davvero, libere. Nessuno lo sapeva, e lei certamente avrebbe portato il segreto nella tomba per amore di Mindy. Sperava solo che lei dimenticasse.
La signora Clementine la stava servendo nel suo negozietto di alimentari.
“Allora signora Primrose come vi trovate nella nuova casa?”
“Molto bene grazie. Qui c’è molta meno confusione che in città e Mindy sembra più serena.”
La loro attenzione fu distratta dalla scena oltre la vetrina, nel vialetto: l’ennesimo litigio tra Joe Moray, con gli altri della fabbrica a rappezzare le buche, e il camerlengo che non aveva alcuna intenzione di pagare questo sopruso ai danni dell’amministrazione del villaggio.
Daisy doveva aver tradito i suoi pensieri con l’espressione del viso, perché la signora Clementine si sentì in obbligo di tranquillizzarla. “Non si preoccupi per il suo vicino, Joe non le darà problemi.”
“Sembra un uomo solo. E burbero. Deve avere un caratteraccio. Non mi saluta mai, quando esco di casa e lo incrocio per la via.”
“Ha il cuore spezzato.”
Rimase sorpresa. Sembrava non averlo nemmeno, un cuore.
“Gli hanno tolto l’amore della sua vita. Vent’anni fa ormai. Una tragedia. Lei stava tornando a casa in bicicletta verso la collina, era un periodo di piogge continue…e una frana la travolse e la trascinò a valle. Dovevano sposarsi il giorno dopo. Era tutto pronto.”
“Oh mio dio…” mormorò Daisy.
“Se li avesse visti insieme. Non credo di aver mai visto nessuno guardarsi come si guardavano loro. Erano già una cosa sola…”
“Ma era giovane…perché non si è più risposato?”
“Credo stia solo aspettando il giorno in cui volerà in paradiso con lei…Se non ci fossero Padre Bentley e la fabbrica a tenerlo qui, probabilmente si sarebbe già ammazzato.”
Daisy si sentì a disagio ad averlo giudicato senza nemmeno conoscerlo.
La campanella della porta tintinnò furiosamente e una donna corpulenta entrò in negozio sbattendo i piedi per togliersi la terra dalle scarpe, inzozzando il pavimento appena pulito.
“E’ uno sfacelo, è uno sfacelo! Una vergogna!”
“Signora Bannerman, posso esserle utile?”
“Mia cara, la ringrazio, ma purtroppo no. A meno che lei non sappia come fermare questa stupidaggine assurda dei ciottoli che spariscono…stavo parlando con la signora Trotter, che mi stava raccontando di…oh, beh, non è importante…ma mi sono distratta e sono finita con lo stivaletto dritta dritta nel fango dell’ennesima buca! Non se ne può più davvero!”
“Mi spiace molto.”
“Eh, ma mi è pure andata bene sapete! Ieri prima del desinare Hollie Moffat è scivolata a gambe all’aria fuori dalla chiesa, dov’era andata per la confessione…si potrebbe dire un chiaro segno d’indulgenza dei suoi peccati…beh, quantunque, ci si sono messi in due per risollevarla da terra! Con lei che starnazzava come un’oca impazzita!”
Non lasciò a nessuna delle presenti un attimo per replicare.
“Ah, ma se lo trovano quel delinquente…mi voglio occupare io stessa della punizione. E-sem-pla-re!”
“Ho sentito che anche il vecchio Nesbitt è caduto dalla bicicletta e si è rotto tre costole per colpa di una grossa buca dove gli si è incastrata la ruota davanti. Il dottore lo costringerà all’immobilità per almeno quindici giorni.”
“Beh mia cara, bisogna vedere se a portare la bicicletta era lui…o l’ultimo barile di whisky del Cluthvaults Pub!”
Ridacchiarono tutte sommessamente.

 

Arrivò anche la prima neve e quella strana luce azzurrina, diffusa dal candore del manto bianco ben oltre il tramonto, che nella vallata giungeva con largo anticipo. Mentre sfornava una torta di mele fumante e dorata al punto giusto, ricetta della sua cara madre che la preferiva ai classici muffins di pane e biscotti avanzati, Joe Moray si chiedeva se le abbondanti nevicate di dicembre avrebbero fermato il ladro di ciottoli. Poggiò con cura la tortiera sul tavolo sotto la finestra della cucina, per lasciarla raffreddare prima di togliere il dolce.
Fissava assorto il lento fioccare fuori dal vetro, quando i suoi pensieri vennero distratti da un movimento brusco nel campo visivo. Dalla finestra del cottage a fianco, una bambina bionda lo salutava tutta entusiasta. Li per lì rimase un po’ interdetto. Era sicuramente la figlia della signora Primrose, costretta a giocare in casa visto il maltempo.
Avendo inteso che lui si era accorto di lei, la bambina continuava a saltellare e agitare tutte e due le mani nella sua direzione.
Suo malgrado, Joe non riuscì a rimanere insensibile a quel sorridente faccino e sentendosi sciogliere il petto, alzò una mano per restituire il gesto. Dall’altra parte la bimbetta fece un enorme salto di gioia e sparì all’improvviso dietro le tende. Ritornò qualche istante dopo per mostrargli la sua bambola di pezza, che abbracciava stretta stretta.
Joe non aveva nulla di simile da mostrare, solo qualche ciottolo di varia misura che teneva sul davanzale per farlo brillare al sole. E per lei costruì quello che un tempo fu il gioco preferito della sua Elizabeth, un pupazzo di ciottoli, dal più grande al più piccolo, un cappello di carta in testa, gli occhi disegnati con la fuliggine del camino.
A quella visione, la bambina saltò ancora più freneticamente e batté le mani in aria per complimentarsi del lavoro.
Qualcuno però venne a portarla via dalla finestra, probabilmente la madre pensando recasse disturbo al vicino.
Mentre lui decideva di lasciare così intatte le pietre, bussarono alla porta.
“Buongiorno Joe!” Il curato sbatacchiò il cappello per togliere la neve che aveva accumulato.
“Padre Bentley, prego.” Non aveva nemmeno bisogno di chiedere, era sicuramente di ritorno dalla visita ai malati, e come sempre si fermava per chiacchierare con lui. Probabilmente per tenerlo d’occhio, dato che la solitudine è la più temibile delle malattie.
“Una tazza di tè? Appena fatto. Anche la torta.”
“Si, il profumo si sente fino in strada…Dì la verità che mi stavi aspettando!” Il prete si tolse il pesante mantello e lo sistemò ad asciugare su una sedia vicino alla stufa.
“E’ venuto a confessarmi, no?”
“Perché? Hai qualcosa da dirmi?”
“No.”
“Appunto…”
Si concessero qualche minuto di silenzio, dopo il primo sorso dell’Earl Grey importato dalla Cina, rigorosamente senza latte come piaceva ad entrambi. Nella stanza solo lo scoppiettio del ceppo che veniva assalito dalle fiamme.
“Hai conosciuto la tua nuova vicina?”
“Ci siamo salutati per la via.” Il che era più che sufficiente, pensò.
“Hai visto anche la sua graziosa figlia?”
“Uhmmph.”
“Bene. Volevo chiederti di vegliare su di loro, Joe.”
Si fermò con la tazza a mezz’aria a guardare Padre Bentley.
“Arrivano da…una triste tragedia.” Il curato spostò lo sguardo altrove, sapeva di essere in un campo minato, in quel momento. Ma al diavolo! Ci vuole anche qualche scossa, perché le pecorelle smarrite ritrovino l’ovile!
Dall’altra parte arrivò solo un grugnito veloce, mentre tagliava la prima fetta di torta. Padre Bentley decise di inoltrarsi più in là.
“E un uomo non dovrebbe vivere tutta la sua vita da solo.” Trattenne il respiro in attesa.
Joe alzò nuovamente lo sguardo. Un sopracciglio inarcato esprimeva la sua disapprovazione.
“Oh, io non faccio testo” riprese il prete. “Io sono sposato con Dio e lui non mi lascia mai solo!”
“Beh, chiedetegli di venire a fare compagnia anche a me, ogni tanto, se non vi dispiace. Gli aprirò la porta come la apro a voi.”
“E allora perché non aprirla alla signora Primrose, la porta?”
Joe si mosse all’indietro sulla sedia per vedere l’ingresso del cottage. Poi con un sorriso rispose: “Non c’è nessuno fuori dalla porta Padre.”
Era un osso duro, questo il prete lo sapeva. Lasciò andare la battaglia, ma stavolta la guerra sarebbe stata lunga.
“Passami quella torta va, è da stamattina che non mangio niente!”
Tra un morso e l’altro, gli raccontò delle notizie raccolte dalle visite della giornata, alle case più lontane del villaggio. Ovviamente tutti erano a conoscenza degli ultimi straordinari fatti.
“Joe, ma che ne pensi tu…davvero…di tutta questa confusione dei ciottoli che spariscono?”
L’uomo si passò una mano sul viso e poi sbuffò.
“Accidenti, non lo so proprio! Uno scherzo di qualche ragazzo? Sono tutti sorvegliati. Qualcuno che viene da fuori? I Duncan controllano il lato ovest e i Forsyth quello est. Nessuno di loro ha visto stranieri gironzolare nei dintorni. Per quanto sembri stupido, comincio davvero a pensare che si tratti di un folletto dei boschi!”

 

E le pietre continuavano a sparire, ad una velocità quasi impressionante. In un mese oramai, erano stati tolti metri e metri cubi di pietre. Una tale montagna di ciottoli si sarebbe ben dovuta vedere spuntare da qualche parte. E invece niente.
Furono organizzate anche delle spedizioni nei boschi, ma le intemperie rendevano inaccessibili alcuni luoghi e si sarebbe comunque dovuta aspettare la primavera per passare a tappeto tutta la valle e le alture che la proteggevano.
Intanto Joe Moray e il camerlengo erano scesi a patti: la manutenzione alle strade era gratuita, ma la fabbrica si sarebbe tenuta le pietre rubate, qualora fossero state recuperate. Non proprio un grande affare. Peggio della mancanza di lavoro c’era solo il lavoro non retribuito.
Stava tornando verso casa agli ultimi raggi del sole quando sentì in distanza un certo trambusto e delle voci concitate.
Cercavano qualcuno urlando il suo nome. “Mindy! Mindy!!” gridavano a squarciagola in tutte le direzioni.
“Che è successo?” chiese arrivando trafelato.
“La bambina è scomparsa…” gli rispose la signora Clementine, che si trovava lì accompagnata dal suo ragazzo più grande.
“Mia figlia…sa qualcosa di mia figlia?” La signora Primrose lo guardò sconvolta e tremante.
Joe la guardò in viso per la prima volta e il respiro gli si fermò di colpo. I suoi occhi…gli stessi occhi della sua Elizabeth! Lo stesso colore del lapislazzulo al sole, dell’acqua ghiacciata al disgelo della primavera, del cielo sgombro nelle mattine di maggio.
“Signor Moray…mia figlia?” gli chiese nuovamente non capendo il suo shock.
Ritornando al presente, lui scosse la testa silenzioso.
“Mindy! Mindy!! Vieni a casa!” riprese a chiamare la donna verso il bosco e in direzione del fiume. Ma non ottenne alcuna risposta. Si accasciò a terra e scoppiò in un pianto disperato.
“Signora Primrose, cosa è successo?”
“Io…non lo so. Mi sono appisolata senza accorgermene… Non so da quanto tempo è sparita… Sono corsa giù in paese, ma non l’hanno vista. E se qualcuno se l’è presa? Oddio…”
“Si calmi, non ci sono sconosciuti in giro da queste parti.” Si girò poi verso gli altri due: “Signora Clementine, vada ad avvisare Padre Bentley, ci penserà lui a organizzare gli uomini. La cercheremo con le torce finchè sarà necessario.”
La donna annuì e sparì velocemente lungo la discesa al braccio del suo figliolo.
Nel giro di poco tempo venne allertato tutto il paese. Si stava facendo scuro, la temperatura scendeva drasticamente la sera e anche se Mindy aveva avuto l’accortezza di portarsi il cappottino, non era comunque vestita a sufficienza per passare la nottata all’addiaccio.
Joe rimase lì al cottage a tener compagnia alla signora Primrose, sempre più angosciata al muoversi delle lancette dell’orologio che fissava con ostinazione. Ogni tanto lui usciva per un giro attorno alla casa, chiamando nuovamente a gran voce il nome della bambina, o per parlare con i garzoni che riportavano i risultati delle perlustrazioni nelle zone circostanti, tutte infruttuose.
Anche la speranza di Joe stava per vacillare. Le probabilità di ritrovarla viva dopo la notte erano pochissime, quasi nulle. Non era cresciuta al villaggio, proveniva dalla città e non era stata istruita su come sopravvivere al bosco. Fuori al freddo a guardare le prime stelle, Joe cercava le parole da dire alla madre. Quando un leggero movimento tra le fronde più basse lo fa sobbalzare. Rimane in attesa con la torcia ardente avanti a sé. Non era raro imbattersi in lupi o cervi nell’oscurità e non era mai un incontro felice. I cespugli continuarono a muoversi.
“Chi va là?” gridò a pieni polmoni.
Vestita solo del suo abitino azzurro, il cappottino perduto chissà dove, Mindy avanzò sorridente dal bosco, incespicando nelle sue babbucce da casa. Teneva le braccia davanti a sé, con le mani a coppa chiuse attorno a un piccolo fiore candido.
“Pata!” disse entusiasta.
La porta del cottage si aprì di colpo e la signora Primrose corse ad abbracciarla. “Oh Mindy, Mindy!!”
“Pata! Pata!” ripeteva la bambina.
“Non lo fare più! Hai capito?” la guardò dritta negli occhi.
“Più…No, più” scosse la testa imitando la mamma. “Pata?” e le porse il bianco stelo.
“Si. Pata. Andiamo in casa ora.”
Rifocillata di cibo caldo e ben infagottata, Mindy dormiva serena nel sofà davanti al camino acceso per l’occasione, visto che i suoi piedini avevano rischiato il congelamento e le era tornata la tosse.
Il signor Joe aveva accettato una tazza di te solo perché voleva accertarsi che avrebbero dormito serene entrambi. Seduti nelle poltrone osservavano il sonno quieto della bambina.
“Non so proprio come fare con lei. Appena mi giro, mi scappa. Speravo che qui si calmasse un po’, ma niente. Il problema è che devo comunque andare giù in paese almeno una volta al giorno, per le consegne alla signora Arbuthnott.”
“Beh…io…se volete…potrei darvi una mano” avanzò cauto Joe. “Tanto più che ora ho maggior tempo libero da impegnare, fuori dalla fabbrica. Forse tra un mese verrà anche chiusa…”
“Mi spiace molto, davvero. E sarei ben lieta di accettare il suo aiuto. Ma io non posso pagarla…”
“Non si preoccupi, ho di che vivere ugualmente. Per me basta poco e sarò ben felice di dare una mano.” Sperava che l’emozione che sentiva salire sulle guance fosse ben nascosta dietro il rossore dovuto alla temperatura rigida sopportata per tutta la sera fuori all’aperto.

 

Del furto di ciottoli se ne cominciò a parlare in tutto il distretto, giù fino alla costa. Ovviamente la storia si era ingigantita per ogni miglio di distanza che aveva percorso, arrivando addirittura a comprendere la sparizione dell’intero campanile di pietra del villaggio, che ignaro continuava a svettare nel cielo tutte le mattine. Aumentava il numero anche di coloro che giuravano di averlo visto il fantasma che toglie i ciottoli: chi un angelo tutto bianco alla luce della luna, un piccolo cherubino che le pietre se le portava via con leggerezza tra le nuvole, lasciando la margherita come segno del suo passaggio; chi una bestia feroce che azzannava i sassi dalla strada, depositando al loro posto fiori avvelenati che recava incastonati tra le zanne, e poi svaniva nel buio dei boschi.
E come la notizia anche la malefatta si diffuse: negli altri villaggi iniziarono a scomparire pietre in egual modo, ma Joe era sicuro che non fosse la stessa cosa, solo una monelleria temporanea. Proprio ora che lì in paese erano diminuite drasticamente le buche nuove da riparare ogni mattina. Forse per Natale sarebbe terminato questo curioso affare.
Ma quel giorno, uscendo di casa per recarsi in fabbrica, notò una strana impronta in giardino.
A metà del viottolo verso il cancelletto d’uscita la neve fresca della notte rivelava la zampa di un orsetto.
L’osservò più da vicino: doveva essere più leggero di un cucciolo d’orso e la traccia in realtà non gli ricordava nulla, era un miscuglio tra le unghie di una martora e la lunghezza del plantare di un ermellino, rarissimi in quella zona. Non corrispondeva a nessun animale conosciuto. Non era certo un credulone sciocco, ma avrebbe davvero potuto essere il piede di un folletto dei boschi, perbacco!
Oltretutto l’insolita orma era seguita a poca distanza da un altro indizio, un segno di trascinamento sulla neve, come se qualcosa avesse tirato dietro di sè una fronda. Si guardò attorno e vide con assoluto stupore che erano comparsi dei ciottoli nuovi! Cinque pietre di diversa dimensione lasciate nell’angolo, a sorvegliare un mucchietto di steli fioriti di fresco travaso. Davvero qualcuno si stava prendendo gioco di lui. Decise però di tenere la novità per sè.
Giù alla fabbrica passò la giornata a dare pacche sulle spalle ai propri colleghi. Oramai ci si avviava alla chiusura definitiva, che le banche non concedevano altro credito e non erano giunti nuovi ordini dalle città. Sarebbe stato un Natale molto triste per tutti loro.
Tornando a casa sentì all’improvviso tutto il peso degli anni accumulati e un’enorme stanchezza. Per fortuna i suoi pomeriggi erano riempiti dai sorrisi e dalle coccole della bambina. Mindy aveva un modo tutto suo di comunicare, ma con Joe s’intendevano benissimo. Poche parole, e solo quelle che servivano.
“Buon pomeriggio, signor Joe.”
“Signora Daisy” la salutò entrando in casa.
“Vi ho lasciato del te appena fatto e del latte caldo per Mindy. In forno ci sono degli scones, ancora qualche minuto e sono pronti. Io vado e cerco di tornare presto.” Così dicendo, prese il mantello dall’appendino, lo indossò calandosi in testa il cappuccio e sparì nel tramonto.
Mindy si alzò dal tappeto dove stava colorando la carta che la mamma le aveva regalato e corse ad abbracciare la gamba destra di Joe. “Mindy va. Vieni?” gli chiese.
“Certo! Dove andiamo?”
“Da pata! Sorpresa!” E si mise a battere le manine e saltare entusiasta.
“Una sorpresa per me? Prima però facciamo merenda, no?” Si spostò in cucina, dove afferrò due tazze per loro due.
Ma la bambina si era infilata il cappottino ed era corsa fuori, lasciando la porta aperta.
“Mindy…ehi, torna qui! Accidenti…” Joe la inseguì, ma era piuttosto veloce, una piccola trottola impazzita che scivolava veloce sulla neve, il cappottino lungo che strusciava dietro di lei. L’effetto sulla distesa bianca gli ricordava la traccia della mattina. Possibile che…
“Mindy, torna in casa, fa freddo!”
“Pata!” gli gridò lei di rimando.
In un attimo si ritrovò nel folto del bosco. Gli stava scappando, un’altra volta. Sua madre sarebbe impazzita se la perdeva.
La seguiva a ruota e cercava di afferrarla ma lei passava sotto ai cespugli, quant’era piccolina, mentre lui doveva aggirarli. Finché sbucarono in una radura, all’altro fianco della montagna. Mindy si fermò.
Quando Joe la raggiunse, la rimproverò severamente. “Mindy, non lo fare più!! Se vuoi uscire, me lo chiedi, capito?” Ma in effetti, lei glielo aveva davvero chiesto!
Dal canto suo la bambina sorrideva felice e gli indicava con la manina di guardare dietro di sè.
Quasi non fece un colpo quando la vide.
Al riparo di un pino basso, al limitare della radura, c’era una minuscola casetta di ciottoli! I più grossi stavano alla base, poi via via erano ammassati i più piccoli per innalzare le pareti. Era stato lasciato un buco per entrare, sorretto da una vecchia asse, e al fianco una minuscola finestrella. Il tetto era raccapezzato con legnetti, fronde, qualche legno vecchio e altri ciottoletti. Era in tutto e per tutto la casa di un folletto dei boschi, senza dubbio.
Esterrefatto, Joe guardò Mindy cercando nei suoi occhi la spiegazione.
Gli rispose con un sorriso. “Pata!” e sollevò uno di quei fiori che avevano seminato discordia in paese per tutto questo tempo.
“L’hai fatta tu?” le chiese inginocchiandosi di fronte a lei.
La bambina annuì. E in effetti, erano giorni che la osservava creare meraviglie con i suoi cubotti di legno colorati e i ciottoli luccicanti che le portava dalla fabbrica.
Mindy gli saltò al collo, gli diede un bacino sulla guancia e poi scappò all’interno della casetta, per sgusciare fuori con la testa dalla finestrella e poggiare la “Pata” sul davanzale di ciottoli.
Poi tornò da lui e si lasciò prendere in braccio. Era tutta gelata dal freddo.
“E’ meravigliosa, Mindy. Però non diremo niente, ok? Rimarrà un segreto. Diremo che abbiamo trovato la casetta dell’elfo, sei d’accordo?”
“Sssì”
Se anche avessero detto la verità, non gli avrebbe creduto proprio nessuno. Nemmeno quello strampalato di Ian MacRury, che era quello che le sparava più grosse in paese.

 

Quando vide la casetta, la signora Primrose capì. A Mindy erano sempre piaciute le costruzioni con i cubetti di legno che le aveva regalato la nonna. Il padre in un impeto d’ira li bruciò nel caminetto e la figlia si era arrangiata a sostituirli con tutto quello che trovava in giro, finchè Joe non gliene aveva regalati di nuovi qualche settimana prima.
Comprese anche perché aveva disseminato il giardino di piccole buche attorno alla nuova casa, anche se tutte le volte che Mindy era arrivata con una piantina fiorita tra le mani, lei gliela aveva buttata via ed era corsa a lavargliele sul catino.
Tutto fu chiaro all’istante, ma non disse niente. E negli occhi di Joe Moray lesse che anche lui avrebbe mantenuto il silenzio in merito. Era meglio così, per la piccola.
Quella stessa notte il furto dei ciottoli terminò. Quelli che Joe aveva ritrovato nel suo giardino Mindy li aveva a suo modo restituiti.
Il giorno seguente ci fu un risveglio animato in paese. La voce della casetta di ciottoli corse a gran velocità e tutti si recarono sul luogo a curiosare. Il camerlengo voleva far valere i diritti dell’amministrazione sul terreno, ma il direttore Thomas Campbell gli ricordò il patto stipulato e firmato, secondo cui le pietre ritrovate erano di proprietà della fabbrica. E quella era proprio l’idea che Joe stava aspettando, l’idea che avrebbe dato nuova vita.
Seguendo il modello di Mindy, ne avrebbero costruite delle altre per formare il villaggio dei folletti dei boschi, un’ottima attrazione per i turisti della prossima estate. Ma avrebbero anche potuto vendere in esclusiva le singole casette come elemento decorativo. Il vecchio Cochrane del Cluthvaults Pub aveva contattato un amico giornalista della città, che sarebbe arrivato da lì a una settimana per scriverci un articolo. Non erano mai finiti su un giornale!
Angus Thorburn, l’unico avvocato del paese, avrebbe registrato il brevetto e partì a cavallo verso la città per consegnare la documentazione necessaria.
Fu organizzata anche una piccola inaugurazione della casetta, dopo che i boscaioli ebbero tracciato un sentiero battuto per raggiungere la radura dove si trovava. Padre Bentley diede la sua benedizione e tenne un discorso. Al termine le donne distribuirono pudding, te caldo e whisky ai presenti.
Mindy allora porse una manina alla mamma e indicò Joe con l’altra. La signora Primrose intuì cosa voleva.
“Signor Joe? Mindy vorrebbe…io…vorrei “, e arrossì leggermente nel continuare, ” che prendesse un tazza di tè con noi a casa. Abbiamo fatto una torta di more stamattina. E la signora Clementine ci ha regalato della panna fresca.”
Fintamente assorto nel suo breviario, Padre Bentley li osservò incamminarsi per la strada verso casa.
Non riuscì a nascondere un sorriso. L’indomani sarebbe passato da Joe per vedere gli ultimi dettagli del pranzo di Natale, ormai imminente. E per un discorsetto d’incoraggiamento. Al diavolo! Ci vuole anche qualche scossa, perché le pecorelle smarrite ritrovino l’ovile! E un matrimonio da celebrare in primavera sarebbe stato un gradito regalo sotto l’albero personale di Padre Bentley.
E non ve lo dovrei dire, ma Mindy la settimana precedente aveva proprio scritto a Santa Klaus, con le matite colorate e una calligrafia tutta sua, e gli aveva chiesto come regalo di Natale un nuovo papà per fare felice la mamma. Era troppo contenta di aver ricevuto il suo pacchetto addirittura con così largo anticipo…

 

(c) 2016 Barbara Businaro

 

Note a piè di pagina

Da dove nascono le idee? Questa in particolare è nata presso la rinomata Biblioteca Scarparo (con le copertine ancora nel vecchio formato), dove Michele nel suo consueto esercizio Guarda che quarta ci chiese di scrivere qualche riga d’introduzione dell’improbabile romanzo “La fabbrica di acciottolato”. E lì troverete, tra i vari commenti, esattamente la mia quarta di copertina suggerita che apre questo racconto (non scritto però da Roald Dahl, l’autore della più conosciuta “Charlie e la fabbrica di cioccolato”, divenuto poi il film del 1971 con Gene Wilder e recentemente quello del 2005 di Tim Burton con Johnny Depp).
Già allora, quando scrissi quelle poche righe, sentivo che non era finita lì. Era lo scorso marzo, ma il racconto ha poi voluto il suo giusto tempo di lievitazione.
Doveva essere ambientato in primavera, e invece poi ho scoperto che c’era la neve per una questione d’impronte. Ma quale fiore poteva poi comparire in mezzo alla neve? Ce ne sono ben due: il Bucaneve (Galanthus nivalis) e la Stella Alpina (Leontopodium), che in realtà non è un’esclusiva delle Alpi, ma cresce anche in Asia e nelle Ande.
Mi immaginavo che il villaggio della storia fosse ai piedi delle nostre Dolomiti, e poi mi sono venuti dal nulla nomi e cognomi scozzesi delle Lowlands in Scozia (“Stai leggendo ancora Outlander? Certo che sì, ma quelle sono le Highlands!”).
Seppure ci sia una fabbrica, non è un racconto contemporaneo e lo si dovrebbe capire da qualche elemento: l’assenza di auto ed elettricità, l’abbigliamento (mantelli e calzoni), spero anche nel linguaggio (seppure non sono certa del termine di “camerlengo” per definire quello che corrispondeva all’attuale sindaco).
Sono andata a studiarmi le attuali produzioni di ciottolato (esiste anche un museo e un’esposizione permanente: Stonecity) e il rito del tè (si può scrivere tè, the, thè o all’inglese tea) introdotto dalla regina Vittoria, per sapere quale tipologia di tè avessero a disposizione allora i ceti sociali poveri, Earl Grey dalla Cina e Darjeeling dall’India.

C’è una canzone che mi ha accompagnato in tutto ciò?
Clean Pease Strae, melodia popolare scozzese, rivisitata da Bear McCreary per la colonna sonora di Outlander

(Ma come fai Barbara a passare dagli AC/DC alle ballate scozzesi? Non lo so, ma ci sguazzo benissimo 😀 )

13 commenti su “La fabbrica di acciottolato

  1. Ma che bella sorpresa: un’altra storia della Biblioteca prende forma! Tu, Sandra, Antonella… il club degli autori si sta trasformando in una vera e propria scuderia. Grazie per questo racconto, è stato proprio un bel regalo di Natale *_*

    1. Hai visto? E fino all’ultimo non sapevo se ce l’avrei fatta a terminarlo in tempo. L’ho chiuso ieri alle 18, quando ovviamente non c’era nessun beta che me lo potesse vagliare bene. Quindi chiedo venia, ma gli manca l’ultima revisione.
      Eh, questa Biblioteca Scarparo sta proprio crescendo. Andiamo a caccia di finanziatori e vediamo se riusciamo a sbaragliare Mondadori e Rizzoli? 😀

    1. Grazie iara! Contenta sia piaciuto! Certo oggi è difficile trovare il tempo per leggere, ma magari ci sta in quel quarto d’ora tra la fine del pranzo a sette portate e l’inizio della cena a riscaldare gli avanzi! 😛

  2. Cara Barbara, che dire? Ho riletto ancora questo racconto e mi sono accorta che mi era piaciuto così tanto e che le emozioni che aveva suscitato in me erano state davvero una finestra sul grigiore di un inverno singolare che mi ero scordata di lasciare un commento! Ci avviciniamo a San Valentino e mi aspetto un racconto così, che ci regali un’emozione in più!
    Brava, come sempre, Barbara!

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