Giochi mentali nella scrittura

E’ capitato. Di nuovo.
Nella stessa settimana in cui Mister E. se n’è tornato alla carica con la solita domanda (“Sei andata avanti col libro?”) e propinandomi la medesima conclusione (“Qualcosa ti blocca e non è il tempo…”), ecco che un altro segnale incrocia la mia strada, impossibile pensare che sia successo per caso. Ho studiato Statistica, figuratevi se io credo al caso! 😉
Della scrittrice di fiction storica Diana Gabaldon ho già parlato (trovate una buona introduzione nell’articolo E adesso prendimi. Come scrivo le scene di sesso di Outlander). Adoro il suo stile di scrittura e, nonostante capisca poco il suo slang e i suoi post social siano pieni di espressioni idiomatiche e acronimi (per cui i traduttori automatici vanno a farsi friggere), seguo sempre quello che scrive e condivide, dalle sue #dailylines del #booknine in prima bozza agli interessanti spunti sulla scrittura creativa, anche saggi di altri autori. Per esempio, La Tavola Periodica della Narrazione che ho tradotto in italiano l’aveva segnalata proprio lei.

Questa volta però un suo post del 9 marzo, che avevo perso nel mare magnum della mia bacheca Facebook, mi è stato segnalato esattamente la stessa settimana di Mister E. (!) dal gruppo MyPeak Warrior Writers, un gruppo di peakers che partecipano con me al My Peak Challenge e come sfida creativa hanno scelto la scrittura, tra scrittori self-publisher, copywriter per lavoro, blogger e anche poeti. Ma il punto è proprio questo: quel post, che poi è un pezzo preso dal suo saggio The Outlandish Companion, un compendio alla saga di Outlander (solo in versione inglese), parla proprio dei giochi mentali nella scrittura. E mi ci sono ritrovata con tutte e due le scarpe!

Vi riporto quindi la mia traduzione di questo articolo di Diana Gabaldon dal suo profilo Facebook: Author Diana Gabaldon – Mind Games
Lo fisso qui nel mio blog per prenderlo sul serio, per evitare che diventi una lettura e via. La mia non è una traduzione raffinata, ma rende molto il senso delle sue parole.
Non spaventatevi per le strane regole ortoeditoriali: non chiedetemi perché ma lei utilizza molto le parentesi, anche incastonate, e l’underscore o trattino basso per evidenziare alcune parole (anche se le virgolette le conosce). Questi americani… 😉

 

Mind Games di Diana Gabaldon

From The Outlandish Companion, Volume 2
Copyright 2016 Diana Gabaldon
 
La cosa più importante della scrittura è che ci siete solo tu e la pagina. La cosa più terribile della scrittura è che ci siete solo tu e la pagina. La contemplazione di questa dicotomia è sufficiente per fermare la maggior parte delle persone completamente nelle loro tracce. Il successo nella scrittura – e per questo, intendo estrarre i contenuti dalla tua testa fuori sulla pagina in un modo in cui le altre persone possano relazionarvisi – è in gran parte una questione di giochi mentali con te stesso. Per arrivare ovunque, è necessario capire come funziona la tua mente – e credimi, le persone non sono tutte cablate nello stesso modo.

L’osservazione casuale (cioè, parlando con altri scrittori per circa trent’anni o più) suggerisce che circa la metà di noi sono pensatori lineari. Queste persone beneficiano veramente dei profili e grafici a muro e schede compilate in penna blu con la dimensione delle scarpe di ciascun personaggio e la storia sessuale (indicate a piè pagina, se queste sono direttamente correlate). Il resto di noi non potrebbe scrivere in questo modo nemmeno se ci pagassero.

I pensatori non lineari sono descritti in tutti i modi, la maggior parte di essi non eufonici: chunk writers (ndr. scrittori di pezzi), pantsters (ndr. da pants, pantaloni, il pantster o pantser è colui che “vola fuori dai pantaloni”, cioè si lascia guidare alla cieca dall’istinto)(non mi piace molto questo, suggerisce che la propria produzione letteraria non proviene dall’estremità superiore del torso), piecers (ndr. rappezzatori), ecc. . Tutti questi termini portano un soffio di licenziamento, se non esplicito disprezzo o illegittimità, e c’è un motivo per questo.

A chiunque sia stato istruito nell’arte della composizione nell’emisfero occidentale in qualsiasi momento negli ultimi cento anni è stato fermamente insegnato che esiste Un Modo Corretto per Scrivere, e coinvolge pianificazione, pensiero ed esecuzione strettamente lineari. Tu Devi Avere una Frase Chiave. Devi Avere un Paragrafo Chiave. TU DEVI AVERE UNA PANORAMICA. E così avanti e così tediosamente…

Ho notizie per te: Tu non devi farlo in questo modo. Qualsiasi cosa che metta parole sulla pagina è la Cosa Giusta da Fare.

Ora, come pensatore non lineare, io preferisco i termini meno peggiori. Mi piace “network thinker” (ndr. pensatori di collegamento). Considera pensare e scrivere come un processo che illumini le tue sinapsi (che lo fa): un pensatore lineare è come un filo di luci da festa. Rosso-blu-verde-giallo-blu-rosso-arancio-giallo-verde-rosso! E si accende e poi lo puoi avvolgere intorno al tuo albero di Natale o la tua bandiera Kwanzaa ed è tutto grazioso.
Bene. Sai quelle reti di luci che sistemi sopra sul muro di facciata o sul tuo cactus o qualsiasi altra cosa dove sarebbe scomodo fissare stringhe di luci? Quelle sembrano così:

Rosso – Giallo – Blu – Verde – Rosso – Arancio
l l l l l l
Blu – Arancio – Rosso – Giallo – Verde – Rosso
l l l l l l
Arancio – Verde – Blu – Rosso – Arancio – Rosso

Ora, le connessioni logiche (l’elettricità, se vuoi) tra ogni due luci in quella rete sono _lì_. Non è casuale, e alla fine, è logico. È anche lineare. Solo… non è necessariamente una linea _dritta_.
Ora, la ragione per cui l’istituto scolastico insiste sul modello lineare di scrittura è che è possibile costringere uno scrittore non lineare a lavorare in modo lineare (o almeno fingere). Non è possibile far lavorare uno scrittore lineare in modo non lineare. (Infatti, ogni volta che descrivo il modo in cui scrivo a persone dal pensiero lineare, si irritano. “Non puoi farlo in questo modo!” dicono. Intendono dire che _loro_ non possono farlo in questo modo – e non possono.)

Ma puoi rendere ogni starnuto di quinto grado un paragrafo ragionevolmente coerente utilizzando il modello lineare – e nessuno menziona mai che questo non è l’unico modo per farlo. (Ogni volta che vado a parlare in una classe di scuola elementare per il Giorno della Carriera, mi interrompo a metà e chiedo al docente di girarsi di schiena. Poi dico ai ragazzi: “Ok, l’insegnante non può vedervi, quindi ditemi la verità. Quando vi viene assegnato uno di quei temi e lo dovete trasformare in una traccia, e in una bozza grezza, e in una bozza rifinita e in una copia finale … quanti di voi scrivono la copia finale e poi simulano il resto? Circa un terzo della classe alzerà le mani, penso che sarebbe di più, ma alcuni di loro hanno paura di ammetterlo.)

Oltre l’affascinante processo di immaginare come funziona il tuo cervello, tuttavia, ci sono più mondani ma comunque importanti giochi mentali: quelli che giochi con te stesso (o con altri) per scrivere – o non scrivere- in primo luogo.

 

Il gioco “Comincerò il mio libro non appena …”.

Questo è quello in cui eviti di iniziare a pensare a scrivere assumendo l’ipotesi che non sia possibile scrivere qualcosa di utile a meno che non si disponga di diverse ore ogni giorno da dedicare alla scrittura, della piena approvazione e sostegno della famiglia e degli amici, e una stanza per sé stessi, dotata di sedia ergonomica, poggiapiedi e tastiera.

Avevo un amico così, all’università dove lavoravo. Dopo aver pubblicato Outlander, tutti i miei amici e colleghi del dipartimento erano impazienti, e molti di loro hanno iniziato a considerare le possibilità di scrivere un romanzo loro stessi. Ogni volta che ho visto quest’amico, mi raccontava tutto del suo romanzo: aveva una meravigliosa premessa (era davvero una meravigliosa premessa), e appena finì il seminario che insegnava, e ricevette quel fastidioso report di uscita, “avrò un lungo periodo di tempo e potrò sedermi e iniziare!”
Dopo diverse ripetizioni di ciò, ho preso un respiro profondo e tristemente gli ho detto la verità. “Bill, non scriverai mai quel libro”. E sicuramente, non lo ha mai fatto, ahimè.

È una verità semplice ma dura: nessuno “trova” il tempo per fare qualcosa; tu _fai_ il tempo, o non ne hai proprio.

Dove molte persone sbagliano, credo, è nell’ipotesi che non si possa scrivere a meno che tu non abbia grandi blocchi di tempo che puoi dedicare all’attività. Questo in realtà non è vero. (Infatti, alcune persone non possono scrivere per lunghi tratti, io sono una di loro …) Quello che è essenziale è che effettivamente scrivi – non importa quanto tempo hai a disposizione.

Se non hai più di dieci minuti al giorno in cui puoi scrivere (mentre il tuo coniuge si sta facendo la doccia, magari), allora scrivi per dieci minuti. Alla fine, avrai un libro. Se dici: “Oh, non posso scrivere se non ho tre ore ininterrotte”… non avrai un libro.

Se mi perdonerai un po’ di testimonianze personali – quando ho pensato di scrivere un romanzo, avevo due lavori a tempo pieno e tre bambini sotto i sei anni. Entrambi i miei lavori richiedevano una scrittura costante, e ho scritto nel bel mezzo della notte, perché è proprio quando si lavora se si hanno figli piccoli e si lavora fuori casa.

Ora, avevo imparato presto che non importa quello che stavo scrivendo, si sarebbe attaccato parzialmente giù sulla pagina. Credo che tutti abbiano probabilmente un punto critico naturale; per me, sono i due terzi della pagina. Posso arrivare così lontano, e poi disegnare un vuoto totale.

Non potevo fare quello che la gente normalmente fa in questa circostanza – cioè, alzarsi, andare via e non tornare mai – perché ho dovuto continuare a produrre parole per essere pagata. Quindi quello che ho fatto è stato una scrittura di squadra: quando la proposta di sovvenzione su cui stavo lavorando si bloccava, mi trasferivo immediatamente al pacchetto software in attesa nella mia pila di revisione e iniziavo un pezzo per Byte o Infoworld. Quando questo si bloccava, ritornavo alla proposta – che avrebbe potuto sbloccarsi mentre ero sparita – o iniziavo una presentazione per uno dei miei seminari.

Così quando ho deciso di scrivere un romanzo, l’ho solamente aggiunto alla rotazione: proposta di sovvenzione, revisione del software, capitolo del libro di testo, scena dal romanzo. Questo metodo mi teneva seduta alla mia tastiera, rimanendo produttiva. Quindi, durante le tre o le quattro ore che normalmente lavoravo di notte, stavo probabilmente colpendo la scena del romanzo tre o quattro volte, terminando la notte con 500-1000 parole… per non parlare di una metà della revisione software, due pagine del libro di testo e due o tre paragrafi di una proposta di sovvenzione.

Non sto dicendo che questo approccio funzionerà per te, per la tua mente; ma non saprai cosa funziona fino a che non proverai diverse cose.
Andando avanti, arriviamo al tipo di giochi che fanno affidamento su altre persone per fermarti.

 

Il gioco “Mi sento troppo colpevole per scrivere”.

Questo è specifico del genere; solo le donne lo giocano. “Come posso essere talmente egoista da togliere tempo alla mia famiglia per fare qualcosa che probabilmente non posso fare, e anche se potessi farlo, non farebbe soldi, e, e, e…”

Ehm. Tu per caso guardi la televisione? Oh, tu lo fai. Ti senti colpevole? Hai un hobby? Hai amici? Ti senti colpevole di queste cose?

Mentre rifletti su questo, ammetterò che spesso la colpa non è completamente fuori luogo; la tua famiglia veramente cercherà di impedirti di scrivere, perché si sentono minacciati da qualsiasi cosa tu desideri fare che non li coinvolge. I loro istinti dicono che se loro ti cercano, tu dovresti smettere immediatamente di guardare la televisione o di vedere Pinterest e seguire i loro bisogni, mentre se stai _scrivendo_ qualcosa… forse non lo farai.

Inoltre, in tutta giustizia, loro comprendono cose come lo scrap-booking, il giardinaggio e il caffè con il prossimo vicino. Loro _non_ capiscono la scrittura, perché non conoscono nessuno che scrive e tutti si sentono minacciati da cose che non capiscono.

Questo sospetto è particolarmente acuto nei mariti, che temono non solo la perdita della vostra attenzione, ma portano il sospetto che il libro vi sedurrà, lontano da loro. (Fortunatamente questo tipo di interferenza è abbastanza facile da affrontare; portatelo a letto e sfinitelo, così simultaneamente lo rassicurate dei suoi affetti e lo mettete a dormire – poi alzatevi e andate a scrivere.) (ndr. Diana ti adoro!! 😀 )

Una raffinatezza di questo gioco è “il timorato silenzio”, come qualcuno di mia conoscenza ha descritto la risposta della famiglia e degli amici alla sua scrittura. Questo è quando sfidi la disapprovazione (reale o immaginata) della tua famiglia e scrivi comunque, ma quando cerchi di condividere con loro i frutti delle tue fatiche, loro rispondono alla tua apertura con indifferenza, rifiutandosi di commentare affatto.

Ho spesso sentito storie da parte degli scrittori circa i famigliari che sono diventati sprezzanti o ostili sul loro lavoro. Questo, sai, dovrebbe dirti qualcosa. Come… non mostrare la tua roba alla tua famiglia e agli amici.

Io non l’ho mai fatto; non ho nemmeno detto loro cosa stavo facendo. Da un lato, mette le persone in una posizione veramente difficile: quasi nessuno (tranne un altro scrittore (esperto), e spesso nemmeno quello) è dotato di un feedback veramente costruttivo. La tua famiglia? Quasi certamente, l’unica cosa che potrebbero dire sarebbe un debole: “Oh, mi piace”, o “Oh, Dio, questo mi fa schifo per leggerlo”. Più spesso che mai, eviteranno solamente il disagio di cercare di trovare qualcosa da dire ignorandolo.

D’altra parte… avere uno scrittore nelle tue immediate vicinanze è veramente inquietante – per non dire minaccioso – per molte persone. Sul piano più elementare, loro – la tua famiglia, e in particolare il tuo coniuge – sente che stai togliendo tempo e attenzione da loro per fare questa strana cosa che non è probabile che si tradurrà in un risultato positivo. E, sai… sei tu. Per questo motivo molte donne che scrivono si sentono terribilmente colpevoli e spesso rinunciano. (Gli uomini, stranamente, raramente si sentono colpevoli di togliere tempo e attenzione alle loro famiglie per costruire automobili o giocare a golf…)

A un livello più elevato, la famiglia e gli amici possono sentirsi disturbati perché non capiscono come funziona effettivamente la scrittura (nessuno può, eccetto le persone che scrivono) e pensano che stai letteralmente trascrivendo avvenimenti della tua vita (avendo loro dimezzato alcuni aforismi circa lo “scrivere quello che sai”) e che stai “mettendo me nel tuo libro”.

(Francamente, non sono sicura che il silenzio non sia migliore delle altre possibili reazioni, come le persone che chiedono costantemente quando stai per finire “quel libro” e venderlo al cinema per un milione di dollari, o chiedono se stai scrivendo stronzate perché capiscono che è veramente redditizio, o che suggeriscono di scrivere libri per bambini (anziché di fiction storica, diciamo, o mistery), “perché è davvero facile e faresti prima”)

Quindi hai davvero due scelte su questo: caccialo fuori, annuncia alla tua famiglia quello che stai facendo, stringi i denti e resisti a tutti i loro sforzi per sabotarti, oppure… nascondi quello che stai facendo finché non è troppo tardi per fermarti.

Io, ho nascosto. Non interamente per ragioni famigliari, ma perché non volevo che qualcuno cercasse di dirmi come farlo, o mi forzasse a fare questo o quello (o non fare questo o quello…); avevo bisogno di capirlo per me stessa.
Ognuno lo fa.
Tutto ok. Così sfida la famiglia, gli amici, e l’orologio e scrivi qualcosa. I giochi mentali non sono finiti…

 

Il gioco “Io continuo a eliminare” (ovvero “L’editor sulla mia spalla non starà zitto …”)

Questo è quello in cui tu scrivi una frase, decidi che non è buona e la cancelli. Ne scrivi un’altra, decidi che _questa_ non è buona e la cancelli. E così via e ancora. Non posso contare quante volte ho visto qualcuno postare un messaggio lamentoso dicendo qualcosa di simile: “Ho lavorato tutto il giorno e non ho niente da mostrare per questo! Ho cancellato tutte le 3000 parole che ho scritto e mi sento una schifezza”.
Si, chi non lo avrebbe fatto?

Fortunatamente, la risposta a questo è semplice: Non Farlo.

Voglio dire veramente: perché supporre che premere il tasto di elimina è un progresso? Non lo è.
Una parte di questo è puramente psicologica, e un’altra parte è totalmente pragmatica.

Uno) se finisci il giorno con una pagina vuota, ti senti naturalmente come se non stai andando da nessuna parte, perché non hai niente da mostrare per il tuo lavoro. Meriti fiducia per il tuo lavoro! (Che sia un buon lavoro al momento o meno, ti costerà un pezzo della tua vita. Questo conta.)

Due) Come dice la famosa Nora Roberts, “Non puoi fissare una pagina vuota.” Guarda. Le frasi perfette non “scorrono” semplicemente dalla punta delle dita di uno scrittore. Non funziona in questo modo. Ancora meno storie eleganti e intricate si spandono dal cervello di uno scrittore, _qualsiasi_ scrittore.

Ora, non ho mai letto “Come Scrivere Libri” (sono nata con un gene forte di “Chi lo dice?” che tende a inibire la mia accettazione di tutto ciò che è autoritativamente dichiarato sulla fede), ma ho letto le biografie e le storie degli scrittori su “Come Loro Hanno Fatto”. Questo è molto prezioso, perché ti mostra un po’ come lavorano gli scrittori – al contrario di “Punto 1: Prendi un grande foglio di lavagna e attaccalo al tuo muro …” o “Mai scrivere nella prima persona…”

P.G. Wodehouse, ad esempio (uno scrittore britannico molto famoso – e molto bravo- di romanzi comici), ha lavorato regolarmente, sei ore al giorno (e ha prodotto qualcosa come 95 romanzi come risultato). Scriveva per tre ore la mattina, prendeva il suo pranzo e un pisolino, poi passava tre ore a fissare quello che aveva scritto.

Ha descritto il suo ufficio, con le pagine del romanzo su cui stava lavorando attaccate lungo le pareti; le pagine che funzionavano e che pensava fossero buone erano fissate in rettilineo, mentre quelle che non gli piacevano erano appuntate di traverso, così poteva vedere immediatamente quello che doveva lavorare.

Questo tipo non ha eliminato il materiale che riteneva fosse imperfetto; lo fissava.

Ross MacDonald (premiato scrittore del genere crime) ha descritto come, quando stava per iniziare, decise che doveva scrivere sul serio, come se fosse stato un lavoro reale. Non poteva permettersi di affittare un ufficio, ma ha parlato al sovrintendente del suo edificio per lasciarlo lavorare nel locale caldaia. Quindi ogni mattina, si vestiva attentamente nel suo unico completo, con camicia pulita e stirata e cravatta, prendeva la sua valigetta e scendeva a lavorare.

Dato che _era_ il suo unico vestito, quando raggiungeva la stanza della caldaia, lo toglieva, lo appoggiava su un appendiabiti e si sedeva per lavorare tutto il giorno in biancheria intima. Abbastanza sicuro che non stava eliminando materiale, e che prendeva sul serio il suo lavoro.

Probabilmente dovrei ammettere che non ho mai capito il concetto di “editor sulla tua spalla”, perché non ne ho uno. Non (mi affretto a chiarire) che non vedo quello che scrivo con un occhio critico, né che non ho infinite difficoltà sul mio lavoro, solamente non ho mai visto il punto di accusare costantemente se stessi o intenzionalmente darsi la zappa sui piedi.

Vedo _molti_ scrittori – soprattutto donne, anche se alcuni ragazzi lo fanno anche – che vanno avanti e indietro su come non riescono a concludere niente perché continuano a gettare via il loro lavoro, e stanno ovviamente male per questo, e perché hanno pensato che potevano scrivere in primo luogo, ed è così deprimente, ecc. Voglio dire… perché aggiungere il componente di auto-colpa a quella che è già una professione notevolmente difficile?

Suppongo che non sia necessario che una bella ragazza cristiano cattolica, discendente (forse) da ebrei convertiti, ammetta di non possedere un senso di colpa, ma non vedo veramente il punto. Voglio dire, forse dovresti sentirti colpevole di diffondere pettegolezzi o di non dare al vagabondo all’angolo un dollaro quando ce l’hai in tasca, ma sul tuo _lavoro_? Andiamo…

Quello che fai quando scrivi è una cosa nobile, non importa quale sia il risultato.
Dai – a te stesso – un po’ di rispetto.

Diana Gabaldon

 

Anche voi?

Vi ritrovate in qualcuno di questi giochi mentali?
Io si. Giuro che questo articolo sembra scritto per me! (Beh, grazie, è probabilmente scritto per il 99% degli scribacchini, quindi anche per me.)

La frase “riprenderò il libro non appena avrò almeno un’ora continuata di tranquillità” ronza nella mia testa da un anno. E questo Mister E. l’ha capito da molto prima. Eppure scrivo, ma racconti. Che differenza c’è tra lo scrivere un romanzo o un nuovo racconto?
In questo momento dovrei scegliere tra tre racconti: una nuova puntata della serie di Mario Pàtton, titolo provvisorio Dimlight 😉 ; dare un tetto a quei Sei personaggi in cerca di… nati dall’esercizio di Lettore Creativo di Silvia Algerino, che no, non me ne sono dimenticata!; riprendere il racconto preferito di Mister E., che vuol sapere che fine ha fatto “la donna senza slip di Montmartre”… posso dirvi che il dentista non è un dentista ma nemmeno Mr.Grey, che lei ha rubato la mezza corona d’argento per una ricerca e qualcuno vuole ucciderla…e tutte le volte che penso a una qualche scena di questo finisco col sorridere ferma in tangenziale. E il vicino di corsia pensa che sto sorridendo a lui! 😛
MA IPDP GIACE IN UN ANGOLO. Perchè? Forse mi sono stancata di Valentina e Max? O forse sono spaventata dal lavoraccio infinito che un romanzo comporta rispetto ad una storia breve? Credo che nei prossimi mesi cercherò di trovare la risposta.

Dei giochi mentali, mi riconosco anche nei silenzi di alcuni familiari quando accenno a quello che sto scrivendo o i loro tentativi di togliermi dalla tastiera, con successiva incazzatura nucleare quando capiscono che non sono al computer per lavoro, bensì per scrivere.
Dall’altra parte ho due groupies ed ogni volta che esce un post su webnauta mi chiamano al telefono ed esclamano stupefatti: “Ma dove trovi quelle parole che non ho mai sentito?” “Sul vocabolario…” “Ma dove hai imparato a scrivere così?” “A scuola…”
Ma la compensazione degli elementi a volte fa cilecca.
Però no, non mi sento colpevole di scrivere. Su questo adotto un sano egoismo.
Del resto, ognuno ha i suoi vizi. Non fumo, non bevo, non mi drogo, non gioco d’azzardo… Lasciatemi almeno scrivere! 😉

22 commenti su “Giochi mentali nella scrittura

    1. Ciao e benvenuta nel blog Megalis! Io pensavo di essere una scribacchina lineare, o strutturata, quale deformazione professionale… e invece se guardo i miei appunti direi di no, un po’ non lineare lo sono anch’io! 😉

  1. Se non hai più di dieci minuti al giorno in cui puoi scrivere (mentre il tuo coniuge si sta facendo la doccia, magari), allora scrivi per dieci minuti. Alla fine, avrai un libro. Se dici: “Oh, non posso scrivere se non ho tre ore ininterrotte”… non avrai un libro.
    Credo che questa frase sia il fulcro nonché molto vera e realistica un po’ per tutti, se c’è una cosa fantastica della scrittura è che non presuppone grandi preparazioni di campo, strumenti o spazi particolari, per cui lascia acceso il pc e mettitici, certo occorre mente sgombra e concentrazione ma nessuno parla di questo, si tende più a dire non ho tempo, piuttosto che “non ho la testa”.

    1. Ecco Sandra, forse hai centrato il mio punto: “Non ho la testa”. Ora mi resta da capire perché non ho la testa per un romanzo, mentre ho la testa per un racconto? La tentazione adesso è di bloccare i racconti finché non termino il romanzo…Ma non è che rischio di non scrivere più?! 🙁

      1. O forse serve per mantenere il focus mentale sulla storia stessa?

        Questo sì- Ti ricordi quando pubblicavo Musette nel blog per non dimenticarmela? E’ un po’ quello.

  2. Comincerò il mio libro non appena…una volta anch’io facevo così, poi un giorno mi sono accorta che gli anni stavano volando via e ho decido che il momento era arrivato e non potevo più rimandare. Non sto a raccontare tutti i passaggi della mia scrittura, ma in questi anni ho potuto scrivere tre romanzi grazie a questo pensiero: strappare il tempo per scrivere alle mie giornate, un giorno dieci minuti, un giorno un’ora, un giorno niente, un giorno dieci ore (si fa per dire). Un passo alla volta si possono percorrere chilometri, l’importante è non fermarsi, salvo per riposarsi e poi riprendere. La famiglia? Un tempo mi condizionava, oggi sono diventata un pochino più egoista da pensare di più a me stessa e a quello che desidero fare. È una grande fatica però riuscire a superare certi giochi mentali, però se ci riesci è una grande conquista.

    1. Quindi Giulia tu confermi che si può fare proprio così, strappando il tempo ovunque sia possibile. Mi incuriosisce cosa si possa fare in soli 10 minuti. Scrivere un piccolo paragrafo magari, una veloce revisione, ma è d’aiuto alla storia? O forse serve per mantenere il focus mentale sulla storia stessa?

      1. In dieci minuti puoi scrivere un pensiero di getto che poi può essere sviluppato meglio in un secondo momento. Ti racconto questo episodio: quando stavo scrivendo “l’amore che ci manca” la mattina presto mentre bevevo il caffè (è il momento della giornata in cui la mia mente vaga più libera e forse per questo è più creativa) mi è venuto in mente come scrivere la sinossi breve, quella da inserire come presentazione su Amazon e altri store. Ho scritto la sinossi e una delle frasi che rappresentano meglio il romanzo: “Ci sono amori che restano fermi nel tempo, incompiuti e irrisolti.
        Possono tornare nella memoria come un alito di vento e sfiorarci appena per un momento
        o possono riesplodere impetuosi come un temporale d’estate.”
        Di tutta la mia sinossi è la frase che la casa editrice ha salvato e riportato nella prima pagina del romanzo (senza che io influenzassi in alcun modo). Quella mattina nei dieci minuti del caffè l’ho pensata e scritta su un foglietto di carta prima di dimenticarmene e dopo è rimasta. Poi non nego che talvolta sono stata due ore davanti al pc scrivendo poche righe con estrema fatica. Però più ti immergi nella storia più le parole vengono fuori e poco per volta si sviluppano dentro la trama.

        1. Giulia, non discuto che si possa scrivere qualcosa di buon in soli dieci minuti, anche meno. Il punto è che devi avere l’ispirazione. A volte mi sveglio in piena notte con una frase o una scena o un comportamento di un mio personaggio che non avevo considerato. Mi alzo e lo scrivo, a volte mi ci va un po’ di più di dieci minuti a volte ne basta uno! Ciò che non mi convince è scrivere per dieci minuti al giorno, tipo appuntamento fisso, senza nessuna particolare idea in testa. Ecco, così non mi pare funzioni, non funziona per me in ogni caso…

          1. Elena credo valga sopra di tutto questa frase di Diana: “Non sto dicendo che questo approccio funzionerà per te, per la tua mente; ma non saprai cosa funziona fino a che non proverai diverse cose.” Quindi se hai già provato e non ti ha dato risultati, evidentemente devi cercare un altro metodo. Penso che sia come per i vestiti: oltre alla taglia, c’è chi sta bene dentro gli stipato dentro gli skinny e chi preferisce la comodità dei classici regular! 😉

        2. Ah ok, allora nei “dieci minuti” ci comprendo tutte le volte che mi viene un’idea in giro e me l’appunto nel taccuino? Tipo quando ho sentito alla radio la frase che apre Allontanati dal sole (Walk away from the sun): “Il velo tra i vivi e i morti si assottiglia nella notte di Halloween.” E poi da lì è partito tutto un film mentale (letteralmente, io vedo i racconti come al cinema). In questo senso allora, i dieci minuti li utilizzo già! 🙂

  3. “non ho la testa”. Sandra, in effetti il problema principale è proprio la concentrazione. Quando si ha la testa, non importa dove e come, si comincia a scrivere. Però ho provato a mettermi a scrivere anche nei momenti bui e qualcosa è venuto fuori, magari non sempre buono per il romanzo che vorrei, ma sono del parere che le idee generano idee e soprattutto distolgono dal caos.

    1. Che le idee generano idee è più che vero! Non so se già lo conosci Megalis, ma c’è un blog dove io e Sandra abbiamo generato idee da altre idee (e Sandra ne ha fatto addirittura un romanzo di prossima pubblicazione): Scrivere per caso di Michele Scarparo. Il mio esercizio preferito è la Biblioteca Scarparo: Michele pubblica l’immagine di una copertina improbabile e noi dobbiamo inventarci una storia.
      Il mio La fabbrica di acciottolato è nato lì. 🙂

  4. Io appartengo al gruppo “Comincerò a scrivere non appena” avrò 6 o 7 (milioni di) ore libere. Magari in un’altra vita, e in un altro universo dove le giornate durano 48 ore… 😛

    P.S.: complimenti, dottoressa Businaro. Bell’articolo! Siamo sicuri che tra qualche mese qualcuno non decida di scopiazzarglielo maldestramente? Sa, di questi tempi… 😀 😀 😀

    1. Senti tu, segugio da tartufi che non sei altro! 😀
      Comunque quest’articolo è al traduzione più che elementare dell’originale di Diana, c’è poco da scopiazzare. Almeno ché non vogliano anche qui riprendere introduzione e battute finali! 🙂
      (…esiste un Universo con le giornate da 48 ore? ma come ci arriviamo senza velocità curvatura?)

  5. Ciao Barbara, in questo momento ho molti nuovi progetti che mi tengono lontana dall’ultimare il mio ultimo romanzo (che peraltro è terminato, serve ^solo^ la stesura definitiv, la revisione che poi è la fase più delicata). Forse significa che non è abbastanza importante? Non per me ma insieme alle altre cose rappresenta una delle stelle nella cui costellazione sono immersa. Attendo la sua luce per poter garantire la mia.
    Sebbene abbia apprezzato l’articolo, non mi trovo d’accordo con la questione dei 10 minuti. Scrivere un libro, un articolo di un blog o quant’altro mi richiede in primo luogo di “entrare” nella storia e nel mondo di quella stesura. Abbandonare il resto e non avere limiti. Quando scrivo è perché posso regalarmi un tempo non codificato. Un tempo per me e ciò che voglio scrivere. Può durare anche solo qualche minuto, ma in genere non è così .. Devo tenerne conto
    Un caro saluto
    ….

    1. Ciao Elena, fino a poco tempo fa mi sarei trovata più che d’accordo con te sulla questione dei 10 minuti. Però più studio il modus operandi degli scrittori pubblicati e più comincio a mettere in dubbio quest’idea: Stephen King aveva due lavori da operaio e scriveva stanchissimo la sera; sto leggendo Big Magic di Liz Gilbert ed anche lei invita a scrivere, non importa come e quando, ma scrivere; e ora anche Diana Gabaldon testimonia che questi benedetti 10 minuti sono preziosi.
      Del resto, per scrivere gli articoli del blog io utilizzo già il sistema dei 10 minuti, ma gli articoli hanno una struttura veloce, ancor più veloce dei racconti.

      1. Ciao Barbara, in effetti bisogna tentare ogni strada per raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissate. Proverò nuovamente con i dieci minuti. PS: sto studiando la tua guida a yWriter6…. magari questo nuovo strumento mi aiuterà a scrivere di più e meglio! Un caro saluto

  6. Io in questo periodo non riesco a trovare più di tre minuti per iniziare a pensare a una cosa che immediatamente se ne aggiunge un’altra. Senza la concentrazione, scrivere rischia di diventare solo una serie di parole in fila senza troppo senso, quindi sarei propensa a relegarla almeno a un’azione da mettere in pratica con la testa concentrata e libera da altro. L’ideale sarebbe avere anche la concentrazione nei momenti liberi, ma forse in quel caso sarebbe davvero troppo lusso…
    Come al solito ottimo articolo!

    1. Grazie Nadia. In effetti anch’io ho giornata intense in cui non trovo quei dieci minuti, e se li trovo ho accumulato quella “stanchezza mentale” per cui è difficile scrivere. Però voglio almeno provare a vedere se riesco in qualche modo a sbloccare la situazione.

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