Il diavolo in città

Il sole spargeva il suo primo tepore primaverile mentre una leggera brezza faceva risuonare le foglioline appena nate. Nessun altro rumore disturbava la placida calma di quel pomeriggio. Sarebbe stato un incantevole parco dove fermarsi a leggere una lunga storia, se non per la muta inquietudine del lieve tremolio di tutte quelle lucine ben ordinate in fila. Il cimitero non è un buon posto, per i vivi.
Angelo si aggirava sconsolato per i vialetti sassosi, seguendo la processione che stava portando il suo amico Gino all’ultimo viaggio. Settantacinque anni erano comunque gran parte di vita, ma andarsene scivolando sui tre gradini dell’ingresso di casa sembrava una terribile beffa del destino. E pensare che l’aveva salutato solo qualche minuto prima, all’edicola all’angolo, la scorsa domenica. Da sempre appassionato di calcio, Gino era stato il suo allenatore quando Angelo giocava nella squadra pulcini del quartiere. Da pensionato, lo si trovava puntualmente al bar Jolly a commentare le partite. Tranne le ultime. Sospirò.
“Lo mettono nell’ala nuova. Ha solo un mese, ma si sta riempiendo velocemente. C’è chi dice che non sia una cosa tanto normale…” Accanto a lui, Enzo indicava una parete risplendente del candore del marmo appena tagliato ed occupata solo per un quarto della sua capienza. Gli ultimi arrivati venivano alloggiati lì.
La tumulazione fu breve e silenziosa. Qualcuno si attardò a salutare i famigliari, ma Angelo decise di rimandare ad altra sede. Enzo vagava curiosando i nomi incastonati nelle lapidi recenti. Da quando si era sposato e diventato padre di due gemelli si incontravano solo per matrimoni e funerali. Angelo no, figli non ne aveva avuti, e un po’ lo invidiava.
“Questo te lo ricordi?” gli chiese l’amico.
“Il cognome non mi dice nulla, ma la foto…l’ho già visto…è una foto sfocata però.”
“E’ il custode del campo di calcetto.”
“No! Davvero? Appo?”
“Si, non so da dove gli arrivasse quel soprannome.”
“Ma lo avevo visto…credo un mesetto fa. Sembrava in gamba!”
L’occhio di Angelo si spostò alla scritta più in alto.
“Facchetti Armando. Ma non è mica il calzolaio, quello vicino alla vecchia fermata del bus?”
“Eh si, proprio lui” commentò Enzo.
Alzò la testa verso l’ultima lapide in cima.
“Ferrarese Virginia. Si, la conosco. E’ una delle signore del coro dove va anche mia madre…”
Proseguì alla colonna successiva, dal basso.
“Benetazzi Stefano. Pensa te, Stefano…pure lui…” Marmo lucido, fiori freschi, candela nuova. Infatti la data era recente, nemmeno venti giorni.
“Zanetto Anna. Me la ricordo…la conoscevo si, l’immagine incorniciata non è proprio attuale, ma è lei…”
Sembrava strano trovare in quella macabra lista così tanti volti noti. Di solito in una cittadina così sviluppata, con due grosse fabbriche che attiravano lavoratori dalla provincia, c’era sempre qualche cognome forestiero, intere famiglie che non si aveva modo di frequentare. Gli ultimi tre anni poi Angelo li aveva passati in viaggio per lavoro, precludendo qualsiasi attività sociale in loco.
Eppure li conosceva. Tutti.
Proseguì lungo la navata, leggendo via via nomi e cognomi, sbirciando le foto e confrontando le date dei decessi, tutte così incredibilmente ravvicinate. Persone di età e occupazioni diverse, qualcuno anche più giovane di lui, che a 44 anni a certe cose preferiva non pensare proprio.
Lo conosco…anche lei la conosco…si, me lo ricordo…anche lui…lo conosco…lo conosco…
Qualcosa di pesante gli opprimeva il respiro.
Angelo era sconcertato. “Ma davvero se ne sono andati tutti nell’ultimo periodo! Ma le cause? Sono morti di malattia? O qualche contaminazione ambientale?” chiese all’amico a fianco.
“No, no. Oddio, qualcuno sì è finito all’ospedale, ma alcuni sono stati proprio incidenti sfortunati. Pensa Appo! Fino alla sera prima mi dicono che faceva qualche tiro in porta a fine serata, prima di chiudere. E il giorno dopo mi va a cadere sulle scale?” Scosse la testa. “Non ci si crede…”
Il corteo si stava disperdendo. Anche loro imboccarono l’uscita attraverso il pesante cancello in ferro battuto.
“Che poi” continuò Enzo “le vecchie in chiesa ci stiano ricamando sopra mi pare ovvio. Da una settimana si trovano tutte le sere prima dei vespri a dire il rosario disperate. Perchè c’è il diavolo in città, dicono.”
Angelo sorrise. Credere a queste assurdità nel nuovo millennio. Di sicuro c’era qualche altra spiegazione plausibile. Qualcosa di nocivo scappato nelle falde acquifere, un virus mortale che veniva tenuto nascosto ai media e alla popolazione per evitare il panico, che procurava magari un eccessivo calo d’attenzione e problemi motori. Non c’era bisogno di scomodare il diavolo.
“Ti serve un passaggio fino in centro?” gli chiese l’amico.
“No, ti ringrazio. Visto che il tempo me lo consente, vado a piedi e ne approfitto per fare qualche telefonata di lavoro. Salutami Laura e i gemelli.”
Enzo si congedò con un cenno del capo e partì al volante della sua vecchia Alfa, seguito da una nuvola fumosa e puzzante odore di diesel. Dovrebbe far controllare quel rottame, pensò Angelo.

 

 

“Com’è andata giù a Roma?” gli chiese il padre.
“Tutto bene” rispose Angelo togliendosi la giacca. “Trasferta tutto sommato tranquilla, riunioni di routine.”
Sua madre comparve veloce dal cucinino. “Scusami caro, stasera sono un po’ in ritardo con la cena. Ho finito tardi in chiesa. Mi ci vogliono ancora dieci minuti.”
“Non preoccuparti mamma.” Dopo il divorzio, Angelo approfittava spesso della compagnia dei genitori, che mangiare da solo era una desolazione.
“Come mai in chiesa?” domandò a suo padre, che stava leggendo il giornale in poltrona.
“E’ andata al rosario…a pregare con le altre vecchie, prima che il diavolo ci porti via tutti!” sbuffò, ripiegando il quotidiano sul tavolino.
“Ti ho sentito!” gridò la moglie dall’altra stanza. “Dopo quel che è successo anche settimana scorsa, c’è poco da ridere.”
“Che è successo?” chiese Angelo prendendo il giornale per sè.
“C’è stato un brutto incidente, un auto è finita in canale, è morto un commercialista del centro…”
Angelo fissava inorridito la foto ingrandita della vecchia Alfa che una gru stava sollevando dall’acqua. “Morto annegato in pochi minuti, l’autopsia esclude un malore, si ipotizza un guasto meccanico” diceva il titolo a piena pagina.
“Porca miseria…” La voce gli si spezzò in gola.
“Lo conoscevi?”
“Si…Enzo…giocavamo a calcetto insieme anni fa…” Stentava a crederci. Ma se si erano visti…quando? Proprio la scorsa settimana! Lesse veloce il trafiletto. “L’incidente di giovedì.” Cavoli, si erano appena lasciati al parcheggio del cimitero e lui stava tornando a casa! Aveva preso l’argine, strada un po’ stretta, ma consentiva di saltare tutto il centro città. Deglutì. Avrebbe potuto esserci anche lui a bordo. E forse si sarebbero salvati. O forse no.
“Voi pensate quel che volete, ma c’è qualcosa di malvagio in tutte queste morti improvvise!” La madre posò la pentola della pasta sul tavolo ed iniziò a riempire i piatti.
“Oh donna, non dire sciocchezze!” rispose il marito versandosi un po’ di vino.
“In effetti fa impressione vedere tutte quelle nuove tombe, in così poco tempo. Però Enzo guidava un catorcio e glielo dicevamo tutti di stare attento…ma non pensavamo certo che potesse finire così male, mio Dio!”
“Beh, nemmeno noi pensavamo che Virginia potesse fare un infarto in quel modo! L’avevamo vista quel giorno che mi hai accompagnato dal medico, ridordi? Le aveva appena consegnato le analisi, perfette! Nemmeno un valore fuori norma! L’han trovata distesa a terra il giorno dopo, i vicini richiamati dai continui lamenti del suo cane. Han detto che aveva gli occhi sbarrati, un’espressione orribile…proprio come se avesse visto il diavolo!” Terminò la frase facendosi il segno della croce.
“Santa pazienza…avrà capito che stava avendo un infarto, che comunque era una persona a rischio, lo sai!” sbuffò il padre.
Angelo era scettico. “Ma a parte questi casi, che possono rientrare nella normalità, non è che forse ci stanno nascondendo qualche epidemia?”
“Beh, la maggior parte in realtà sono incidenti, stando a quel che scrivono sui giornali. Se poi ci sia qualcosa che prende, che sò, i nervi, questo non ce lo diranno mai.”
“Ma quale epidemia! Sono tutte persone sanissime” disse la madre portando il cestino del pane in tavola. “Fino al giorno prima. Vedi Renato. L’han visto uscire dal supermercato con le buste della spesa e mentre stava attraversando la strada, deserta a quell’ora, un’auto grossa l’ha preso sotto e lasciato lì. E’ scappata e non l’hanno più rintracciata. Non sanno nemmeno che macchina fosse. Ma lui stava benissimo prima!”
“Ma chi mamma?” chiese Angelo servendosi del contorno.
“Draghin, il figlio. Quello della ferramenta. Il figlio però faceva l’assicuratore.”
La forchetta di Angelo cadde con un tonfo sul piatto. “Renato Draghin? Ma no!” esclamò.
“Un altro tuo amico?” domandò il padre.
“Si… L’ufficio e le auto aziendali sono assicurate con lui. Il suo studio non è molto distante e ci portava le quietanze di persona…Ma cavoli! L’avrò visto neanche…due settimane fa credo.”
“E’ successo di lunedì. Me lo ricordo perchè sono andata dal panettiere di pomeriggio, che il lunedì mattina è chiuso. E ho trovato la Giuseppina, che era appena successo l’incidente.”
“E io quando l’ho visto…stavo tornando da un pranzo di lavoro veloce. L’ho incrociato sul marciapiede e ci siamo salutati…ero con il delegato della EcoPlus…” Angelo cercava di ricordare che giorno fosse, avrebbe dovuto controllare l’agenda per dirlo con sicurezza.
“In giro dicono che fosse uno dal piede pesante, quando guidava lui. Ironia della sorte” commentò il padre.
“Un motivo in più per pregare per la sua anima. E per pensare che ci sia qualcosa di diabolico in tutte queste morti assurde” concluse la moglie. “Non ti farebbe male venire in chiesa, sai?”
Il padre sbuffò. Dal canto suo, Angelo aveva perso l’appetito. Due amici scomparsi così, in modo paradossale. Appena il tempo di salutarli! L’ansia gli chiuse la bocca dello stomaco ed uno strano tormento gli affollava i pensieri. Lo stesso giorno. Pochi attimi prima. Che triste coincidenza. Avrebbe potuto fare qualcosa?

 

 

“Francesca, faccio un salto giù in tabaccheria. Torno subito.” Angelo passò davanti alla ragazza della segreteria, la quale annuì solamente con la testa continuando la conversazione al telefono.
Il tempo ballerino di marzo e quel continuo passare dal riscaldamento del proprio ufficio all’aria condizionata delle sale riunioni dei clienti gli stava mettendo a tappeto la gola. Aveva bisogno delle sue Fisherman’s.
Entrò nel negozietto angusto, salutò il commesso e afferrò il pacchetto dall’espositore sul bancone. “Queste, grazie.” Pagò e si voltò per uscire quando una voce lo fermò all’istante.
“Angelo, ciao! Come stai? Che piacere! E’ un po’ che non ci vediamo!”
Dietro di lui, in completo Armani nuovo di zecca e con al polso l’ultimo smartwatch uscito nemmeno da una settimana, Giulio, suo vecchio compagno di liceo. Sul viso la solita aria ruffiana a cui doveva la carriera. Fuori dalla vetrina intravvide, parcheggiata in seconda fila, davanti ad un posteggio giallo per disabili, una BMW i8 grigia perfettamente lucidata.
“Tutto bene, grazie. E tu?” rispose apparentemente tranquillo.
“Splendidamente! Oggi sistemo le ultime cose e domani parto per una settimana di ferie ai Caraibi. Ho raggiunto tutti gli obiettivi fissati per l’anno dal consiglio di amministrazione e vado a godermi il premio produzione al caldo.”
“Si, ho letto tra la rassegna stampa che avete chiuso con un buon fatturato. Complimenti.”
“Ah, ma non era quello il mio obiettivo! A me avevano assegnato il compito di fare piazza pulita dei vecchi dipendenti del servizio assistenza. Contratti di lavoro troppo costosi, con almeno un decennio di anzianità e poco portati ai trasferimenti. Non potevamo licenziarli noi, quindi ci siamo impegnati per farli uscire volontariamente. In un solo anno abbiamo rinnovato tutto il reparto, quaranta persone!”
Un tagliatore di teste. Un rovina famiglie. Il sorriso di soddisfazione di quell’uomo era un ghigno malefico. Era un pezzo di merda già quando studiavano nella stessa classe, dove utilizzava il suo fascino per conquistare le studentesse e ingraziarsi le insegnanti o i suoi ricatti per zittire i compagni maschi che si ribellavano ai suoi scherni. Il mondo è dei furbi. E degli stronzi.
Angelo cercò di mascherare l’espressione di schifo che quell’incontro gli stava provocando. E di tornare in velocità tra la quiete sicura dell’ufficio.
“Bene, un ottimo risultato davvero… Sono stato contento di rivederti, ma devo scappare, che tra mezz’ora ho una conference call con un cliente estero…”
“Certo, certo. Sempre di corsa voi eh? Magari ci troviamo a pranzo quando rientro. E magari posso trovarti una posizione migliore da me!” Gli strizzò l’occhio mentre gli stringeva la mano con troppo calore.
Con sollievo Angelo percorse il marciapiede che lo riportava al lavoro. Pensieri funesti e assassini gli invadevano il cervello. L’onestà davvero non paga. Quaranta famiglie ridotte sul lastrico, con mutuo e figli. E non per mancanza di lavoro, ma solo per opportunità economica. Lavorare alle dipendenze di un tale essere? Non sarebbe più riuscito a guardarsi allo specchio. Che quell’uomo non meritava nemmeno l’aria che respirava.
Il front office appariva deserto, le ragazze dovevano essere andate fuori a pranzo. Dalla sala riunioni sentiva le voci concitate dei colleghi, ancora impegnati ad analizzare il misterioso ritardo di un progetto. Sarebbe uscito anche lui più tardi, non voleva rivedere Giulio ancora in zona nemmeno per sbaglio.
Si rintanò dietro la sua scrivania, a lavorare alla stesura di un documento che doveva inviare entro sera al suo capo area. Aveva mandato in stampa la bozza prima di recarsi in tabaccheria, ma la stampante ora gli mostrava solo il led rosso di errore. Cartuccia del nero terminata.
Raggiunto lo sgabuzzino della cancelleria, mentre stava rovistando tra le scatole dei vari tipi di ricambi e colori, una voce lo cercò a squarciagola dal corridoio.
Francesca comparve sulla porta spaventata, trattenendo a stento le lacrime. “Oddio, sei qui…pensavamo fossi tu…quando siamo tornate i ragazzi hanno detto di non averti visto…ossignore, meno male…sei qui…”
Si avvicinarono anche le altre, visibilmente scosse.
“Si, sono qui. Ma che è successo?”
Rispose la nuova stagista. “Siamo passate davanti alla tabaccheria, di ritorno dal bar all’angolo. Ci sono i carabinieri…hanno delimitato la zona, stanno facendo dei rilievi…e hanno portato via una persona con l’ambulanza, a sirene spente. Abbiamo chiesto a Roberta, della cartoleria. Ha detto che c’è stata una rapina, ed hanno sparato in testa ad un cliente…”
“Hanno detto che era un signore distinto, in giacca e cravatta…e tu sei uscito poco prima di noi…e nessuno ti ha visto rientrare…” concluse Francesca affannata.
“Buon dio…no, sono rientrato subito, sono qui da mezz’ora!” Cercò di apparire tranquillo, ma davvero avrebbe potuto essere lui, questione di minuti, di attimi. E poi un pensiero attraversò fulmineo la sua mente. “C’era una BMW sportiva davanti al negozio? In doppia fila?”
“Eh si, si si, l’ho vista! In effetti ha anche intralciato l’arrivo dell’ambulanza…era proprio in mezzo!”
Un brivido freddo gli percorse tutta la schiena.
Rassicurò le ragazze che tornarono rincuorate alle loro postazioni. Mentre lui davanti al monitor continuava ad aggiornare il browser sulla pagina del quotidiano locale, quella dedicata alle notizie dell’ultim’ora. Finchè il trafiletto comparve.
“Rapina a mano armata in tabaccheria del centro, finita tragicamente. La vittima, Giulio Gabetti, 44 anni, era entrato per acquistare un pacchetto di sigarette.”

 

 

Non riuscì a chiudere occhio per tutta la notte. Continuava a ripensare a Giulio, ma anche agli altri incidenti, quel lungo elenco di persone scomparse in maniera insolita, sconvolgendo la statistica dei decessi del luogo e pure la tranquillità cittadina. Rivide ad uno ad uno i loro volti e l’ultima occasione in cui li aveva incontrati. Non ci poteva giurare ovviamente, ma aveva la sensazione di averli salutati tutti lo stesso giorno del loro ultimo respiro.
Quand’era cominciato tutto? Non avrebbe saputo dire chi fosse il primo in ordine cronologico, ma la ricerca dell’inizio della catena di queste sventure gli portò alla memoria un’altra circostanza bizzarra.
Alla stazione della metro a Milano, un mese prima, una zingara accartocciata in un angolo si era particolarmente inalberata contro la sua mancata questua. “La morte ti segue” gli aveva annunciato funesta, un occhio nero come la pece, ed uno completamente bianco, assente. E si era affrettata al segno della croce cristiana.
Lì per lì l’aveva irrisa. “Come no! Basta che non mi sorpassi!”
Alla luce dei recenti eventi, quella frase suonava in tutt’altro modo. “La morte ti segue.”
Stava vaneggiando. Erano solo sciocchezze, coincidenze. Che senso aveva tutto questo altrimenti? Aveva bisogno di capire, di ragionare, con calma. E la notte, silenziosa e sepolcrale, certo non portava niente di buono, men che meno consiglio. Ingoiò due pastiglie di sonnifero, di quelle che il medico gli aveva prescritto per superare il divorzio. Si mise a letto, a fissare ostinatamente il soffitto e le sue elucubrazioni, finché il sonno farmaceutico non lo travolse.
Il mattino si prese permesso dal lavoro, con una scusa. E si recò in visita al cimitero, in cerca di smentite e rassicurazioni. Il brutto tempo della sera prima aveva lasciato un cielo pieno di nuvole ancora grigie di pioggia, così che questa volta parco e tumuli non dimostravano alcuna accoglienza. Anche trovarsi solo lui e il guardiano in questa distesa di anime a riposo gli restituiva un senso di precarietà e solitudine.
Davanti alle lapidi dell’ala nuova, cominciò a confrontare le date delle iscrizioni con la sua agenda di lavoro. Gino l’aveva visto proprio la stessa domenica. Appo, al secolo Antonio Brancaccio, era morto il mese scorso, al 22. Scorse le pagine e sì, il 22 lui era proprio andato a salutare i ragazzi al campetto, si era segnato l’appuntamento. Armando, il calzolaio, scomparso invece un sabato. Non aveva scritto nulla per quella giornata, ma quello poteva essere il sabato che aveva accompagnato suo padre al mercato rionale e di sicuro erano passati davanti al negozio di Armando. Qualche passo più in là, la foto di Virginia: come aveva detto sua madre, era morta proprio di martedì, quando a calendario aveva il permesso per portarla dal medico. Stefano era un corriere e spesso si trovavano nello stesso bar per il caffè del mattino, difficile dire se l’aveva incrociato anche quel giorno. Chissà cosa gli era successo… E la signora Anna? Abitava alla fine della via del quartiere di Angelo. Boh…s’imbattevano spesso la sera sul marciapiede quando lui metteva fuori i bidoni per la raccolta dei rifiuti e lei portava a passeggio il cane per l’ultima uscita.
Andò avanti così per un’ora, scorrendo date e impegni, ricordi e eventualità. Li conosceva proprio tutti, nemmeno un estraneo. E forse li aveva davvero salutati tutti, il loro ultimo giorno. Solo di cinque o sei non era certo, ma sentiva le probabilità quasi come certezze. La testa cominciò a girargli e la vista si fece sfocata. Si sedette nella panchina all’ombra di un austero cipresso.
“La morte ti segue.”
Forse era portatore sano di una pestilenza. Li aveva incrociati, magari toccati o sfiorati e trasmesso un qualcosa che nel giro di poche ore li aveva ammazzati. O attaccando direttamente il corpo, o minando le loro azioni e causando involontariamente gli infortuni di cui erano rimasti vittime. Appo scivolato sulle scale di casa e deceduto per aver battuto il cranio sullo spigolo dello scalino. Enzo annegato con l’auto nel canale, ma la cui autopsia aveva rivelato di essere prossimo ad un infarto.
Scosse la testa stizzito. Stronzate! E tutti gli altri che sopravvivevano alla sua presenza? Genitori, colleghi, segretarie, clienti, tutti quelli sul vagone del treno lo scorso venerdì, la gente in pizzeria sabato sera, il cameriere che aveva raccolto il suo piatto e il suo tovagliolo. Non poteva essere per semplice contatto.
Forse…inavvertitamente…aveva provato rabbia quando li aveva incrociati? O un sentimento di rancore, anche assopito, nei loro confronti per qualche vecchio screzio?
Oddio! Questo mese aveva visto anche lei! Si erano ritrovati in banca per sistemare la vendita della casa e la chiusura del mutuo. Non l’aveva più sentita da allora. E se le fosse successo qualcosa?
Estrasse dalla tasca interna il cellulare e selezionò in rubrica il suo nome, accompagnato da una delle poche foto che li ritraeva ancora felici. Noemi, sua moglie. Anzi, sua “ex” moglie. Avrebbe dovuto abituarsi a considerarla così, anche se gli costava parecchia fatica.
Dovette attendere otto squilli prima che gli rispondesse. “Che vuoi? Sono al lavoro.”
Nonostante il tono sgarbato, Angelo si sentiva sollevato. “Ciao, scusami…volevo sapere se era tutto a posto.”
“ A posto cosa?”
“…eh, si, i documenti…li hai poi controllati?” Certo non poteva spiegarle quella telefonata.
“Si, sono in regola. L’agenzia li ha già mandati avanti per la vendita. Si faranno sentire loro per il rogito.”
“Benissimo. Ti ringrazio. Buona giornata.” Dall’altra parte arrivò un clic senza calore. Era ancora viva e, nonostante tutti i guai che aveva passato, lui era contento. Il matrimonio gli era sgusciato dalle mani, senza nemmeno rendersene conto, troppo impegnato nel lavoro per condividere il resto di se stesso.
Per fortuna non le era accaduto nulla. Non se lo sarebbe mai perdonato.
…perchè lei no? Qual era dunque la differenza?

 

 

Dopo un pomeriggio poco proficuo al lavoro, con la mente impegnata in deduzioni tutt’altro che logiche, decise di mettersi alla prova. Lui e questa nuova capacità acquisita di regalare il sonno eterno.
Pensò ad una vittima sacrificale adeguata. Qualcuno con cui avesse un conto in sospeso, tale da incitare la sua volontà di giustizia, ma la cui mancanza non fosse un gran danno per la società. E per la sua coscienza già provata.
L’insegna, più che il nome, gli venne in mente subito. Si, non sarebbe stata una gran perdita. Anzi, il genere femminile avrebbe anche potuto essergli riconoscente!
Il Baio doveva la sua nomea di stallone purosangue alla facilità con cui passava da una donna all’altra, quasi sempre devotamente sposate, secondo lui “le migliori: niente impegno, niente stress, solo sesso”. In realtà qualche grattacapo glielo davano eccome. Si vociferava di discese improvvisate con le braghe in mano dai balconi delle amanti, all’arrivo di mariti armati di fucile da caccia. O di temerari inseguimenti di innamorate ferite lungo strade di campagna, dove l’avevano sorpreso in mezzo al grano alto in compagnia di fresche conquiste. E di sceneggiate in pubblica piazza tra queste austere signore, scambiate dai relativi consorti per futili litigi da parrucchiere. Che l’amante del Baio era sempre la moglie di qualcun altro, non certo la loro!
Pur essendo chiaramente conosciuto come un ballerino sciupafemmine fedifrago, ognuna di loro era convinta di essere l’unica che avrebbe potuto redimerlo. E ovviamente lui approfittava della loro sfortunata ingenuità. Altra canzone, altro giro di latino-americano, altro letto. Cambiava donne come cambiava i calzini il giorno dopo, via nel cesto della roba sporca. Una volta lavati, quelli di qualità diventavano resistenti al tempo, utilizzabili in qualunque occasione, comodi in ogni scarpa; altri perdevano in morbidezza ed elasticità e finivano come pezze da grasso in officina.
Perché il Baio era un meccanico, le mani le sapeva usare bene anche sui motori. Ma era parecchio costoso.
Le auto riparate tornavano troppo spesso da lui per qualche altro difetto intercorso. Le sue fatture, quando su richiesta le emetteva brontolando, rischiavano di diventare pressanti quanto le rate di un mutuo.
Il padre di Angelo aveva portato sempre lì la vecchia auto, finchè il figlio si era deciso a farla vedere a sue spese al reparto assistenza del concessionario ufficiale. Sotto i suoi occhi, il tecnico aveva sfilato un filtro olio intasato. “Questo non è mai stato cambiato, vede? Le viti sono ancora originali. E’ stato al massimo aspirato…e pure male. Il collega ha anche verificato che nemmeno il gas del condizionatore è stato ricaricato correttamente.” Lo guardava con aria dispiaciuta, ma ovviamente non era colpa sua. L’auto fu poi messa davvero a puntino e da allora, fatalità, non aveva più dato problemi di sorta.
Angelo passò all’officina prima di rincasare. Si presentò senza giacca e cravatta, con aria rilassata, nonostante l’intento che lo portava lì. Il Baio stava calando sul banco il motore appena tolto da un cofano aperto di una vecchia Golf, alquanto sciancata.
“Toh, guarda, guarda chi si vede…” esclamò sornione.
“Ciao, come va?”
“Bene, bene…è un periodo di vacche grasse!”
“Grandi affari, adesso che non c’è più la rottamazione statale?”
“Ah? Si, ma non parlavo di lavoro…ne ho una tra le mani che mi dà parecchie soddisfazioni…mi sfianca…aveva un sacco di arretrato dal fidanzato, si vede…”
Perchè il Baio non nascondeva mai i suoi traffici. Persino alle donne diceva subito “Non sono l’uomo giusto per te, ti farei solo del male”, innescando l’inevitabile sindrome da crocerossina.
“Sempre indaffarato, eh?” lo canzonò Angelo.
“Ma taci và! Se la Ludovica sapesse che sto lucidando un’altra carrozzeria…quella mi castra e lo butta a mare…Eh, io son comunista, mi piace condividere con tutte!”
Scoppiarono a ridere.
“Che ti serve? Non hai tutte auto aziendali, tu, col service già pagato?”
“Non è per me. E’ la vecchia carretta di mio padre. Che lui non mi dice niente, ma mia madre si è lamentata di strani rumori e che si sentono particolarmente le buche. Secondo me, le sospensioni sono andate.”
“Si, mi ricordo che non erano messe benissimo…e ti parlo di un annetto fa. Aveva anche le pastiglie dei freni delle anteriori da cambiare.”
“Su per giù, di che cifra parliamo?”
“Eh, mettendo su dei ricambi della casa, che non fanno mai grandi sconti…penso che siamo sui 600 euro per le quattro sospensioni. E le pastiglie te le cambio su quel conto, dai. Ti faccio bene.”
Già, pensò Angelo. Mi fa proprio bene. Lo stesso lavoro mi è costato esattamente 532 euro, fatturati e in garanzia del concessionario.
“Ok, e quando te la posso portare?”
“Settimana prossima ho già un cambio di un’Alfa da riparare, facciamo quella dopo.”
“Ok, perfetto! Ti saluto che devo scappare!” Angelo tenta di stringergli la mano, ma l’altro gli mostra di essere completamente sporco di grasso del motore che aveva ormai smontato sul banco.
Si assicurò allora di dargli almeno una pacca sulla spalla, sperando che quel contatto fosse sufficiente ad innescare la reazione mortale.
Ora doveva solo attendere.

 

 

Dormì sonni agitati. E il mattino successivo si precipitò all’edicola in cerca di notizie. Niente. Sfogliò vari quotidiani, ma nessun incidente era occorso.
Provò a chiamarlo in officina, ma non rispose nessuno per tutto il giorno. Il cellulare era staccato. Magari era impegnato in uno dei suoi tour de force sessuali, approfittando di qualche marito lontano da casa.
Dopo il lavoro passò nuovamente davanti la sua abitazione: il laboratorio al piano terra aveva già la serranda abbassata e l’appartamento sembrava chiuso per la notte. Forse era andato a ballare, era venerdì sera dopotutto ed uno come il Baio certo non lo passava sul divano!
Il week end divenne interminabile. Era chiaro che la prova non aveva funzionato. Eppure gli sembrava che gli elementi ci fossero tutti. Cosa mai poteva mancare?
Riconoscendosi al limite della pazzia, arrivò a mettere in una tabella tutte le variabili che gli venivano in mente, delle varie persone decedute nell’ultimo mese e del suo incontro con queste. O per lo meno, quel che ne ricordava. Contatto, distanza, compresenza di altre persone, fascia d’orario, salute della vittima, stato emotivo provato, tempo meteorologico. Ma non era riuscito a cavarne alcunché. Nessuna relazione apparente.
Preoccupato perché non conosceva davvero la fonte di quelle disgrazie, si recò a cena dai genitori la domenica sera.
“Hai una brutta cera. Stai bene?” gli chiese il padre alla porta.
“Si, sono solo un po’ stanco. Avrei bisogno di un po’ di ferie. Mamma?” La casa era stranamente vuota della sua presenza, nessun profumo dalla cucina, tavola ancora sgombra.
“E’ andata in chiesa anche stasera, ed è in ritardo, al solito. Siediti intanto. Toh, leggiti il giornale in pace, finché non arriva.”
Ed eccola lì, la faccia del Baio in prima pagina. La foto doveva essere presa direttamente dalla carta d’identità, perché decisamente ringiovanito rispetto a come l’aveva visto lui. Il titolo a caratteri cubitali era la notizia principale: “Morto schiacciato dal ponte sollevatore”.
L’avevano trovato quella mattina, dopo tre giorni, solo perché un cliente aveva bisogno dell’auto in consegna e si era presentato in officina addirittura con i carabinieri. Nessun’altro lo aveva cercato. Nessun parente, nessun amico, nessuna moglie, nessuna fidanzata, nemmeno una delle tante amanti.
Solo.
“Eh, hai visto? Che brutta fine…” Il padre scosse la testa. “Pare che abbia anche avuto una lunga agonia, prima di spirare, che il peso gli ha schiacciato le costole e mozzato il respiro, ma cuore e cervello han continuato per un po’…”
Cazzo, pensò Angelo, le ha pagate tutte in un sol colpo.
“Io comunque non ci credo a un incidente. Aveva troppi nemici in giro…tutti i cornuti del paese, per non parlare dei conti salati. E poi Sandro stamattina al bar m’ha anche detto che pare fosse un usuraio…”
“Pure!” esclamò il figlio.
In realtà stava pensando ad una cosa sola: aveva funzionato. Alla grande, anche! Dunque era davvero lui il responsabile, il seminatore di morte. A questo punto, non poteva aver dubbi. Le coincidenze non esistevano più. La Morte lo seguiva davvero, e lui la dispensava. Forse poteva aggiungere che la vittima doveva essere “sporca”. Ma chi, dopotutto, non aveva qualche scheletro nell’armadio? Chi poteva permettersi di scagliare la prima pietra senza peccato?

 

 

Il lunedì mattina vide una nuova luce, nonostante il cielo intriso di pioggia. Con una forza rinnovata, si vestì di tutto punto e chiese un appuntamento al gran capo in sede centrale. Dato che non si vedevano spesso ed Angelo era uno dei suoi commerciali di punta, gli era stato confermato subito.
Aveva deciso di puntare davvero in alto stavolta.
No, non stava agendo per mero interesse personale. E’ vero che sarebbe diventato sicuramente lui il nuovo amministratore delegato, ma avrebbe anche sistemato i casini in azienda. Avrebbe riassunto all’istante un paio di colleghi cacciati in malo modo, anche Carla, la segretaria del quinto piano. Gli mancava terribilmente ed era stanco di farsi scrupoli. Ora era divorziato, no?
Avrebbe ristabilito l’ordine delle cose.
Perché lui era partito dal basso, dieci anni di sudata gavetta. Niente tessera politica in tasca e niente matrimonio azionario di convenienza. Nessun patrimonio di famiglia da dilapidare.
Era ora di dare una scossa al sistema.
Pensava ardentemente questo, mentre entrava nel palazzo attraverso la pesante porta vetrata.

 

 

“Sei un’idiota!”
“Ma capo…”
“Ti rendi conto che è più di un mese che segui la persona sbagliata?”
All’angolo della via due loschi figuri litigavano a bassa voce. Il più giovane, nome in codice Morte, fingeva di leggere il giornale. Il suo superiore, detto Comando, ostentava una telefonata al cellulare.
“Capo, a Milano mi hai detto di ammazzare Faccia d’Angelo…e io gli sono stato appresso tutto il tempo. Ho pure rischiato di essere riconosciuto!”
“La Morte ti segue” gli aveva urlato dietro una vecchia megera in metro.
“Quello non è Faccia d’Angelo, cretino!”
“Ma ma ma si chiama Angelo…me l’hai indicato tu! Che che che ne so io…che si assomigliano pure!”
Tra le pagine del giornale, reggeva la foto segnaletica di Faccia d’Angelo. Da lontano sembrava proprio l’uomo che stava cacciando ostinatamente da un mese.
“ORA BASTA! Hai sbagliato troppe volte! Ti mando a Roma a sistemare un politico e mi ritrovo con una ragazzina stecchita per errore all’università. Ti spedisco a Venezia a immobilizzare un mafioso russo e mi fai saltare per aria due poveri turisti che passavano lì per caso. Non ci si può fidare di te! Un mese che bazzichi da queste parti, chissà quanti ti hanno notato. Magari pure lui!”
Osservò l’altro uomo attraversare la strada di fronte a loro e avvicinarsi alla lussuosa entrata alla base delle tre torri specchiate dell’edificio dirigenziale.
“Adesso ci penso io a risolvere la questione.” La voce risoluta di Comando non ammetteva scampo.
Chiuse la finta telefonata e con assoluta calma ripose il cellulare in tasca. Estrasse dal soprabito una pistola col silenziatore e fulmineo la puntò sicuro sull’obiettivo. Nessun rumore. Qualche frazione di secondo dopo il collega al suo fianco cadde riverso in avanti.
“Dovevo cambiare assistente molto tempo fa.”
Guardò nuovamente lo sconosciuto sparire all’interno dell’edificio e se ne andò scuotendo il capo, lasciando dietro di sé l’ultima delle morti inspiegabili.

 

(c) 2016 Barbara Businaro

 

Note:
Mai mettere di mezzo il diavolo in un racconto. Credo se la sia presa male, che non mi lasciava mai terminare…

La colonna sonora di questo testo è “Dangerous” dei Big Data. Qui vi riporto il video nella versione “pulita”, anche se io preferisco quello ufficiale, in versione “splatter” (la trovate sempre su YouTube, non andateci a stomaco pieno però!).

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15 commenti su “Il diavolo in città

  1. Sono la prima ad averlo letto visto che non vedo altri commenti.
    Davvero originale il tuo racconto. Per piccole associazioni di idee mi hai fatto tornare in mente L’ombra del vento di Zafon, ma a differenza sua sei stata più convincente. Esatto perché è tutto molto verosimile. La domanda di come accadano certe cose, di cosa ci sia dietro al registro di alcuni avvenimenti, di quanto possiamo essere motori di pensieri pericolosi, e di come la vita sia un soffio, trova la sua risposta. Ho letto altri tuoi racconti, sfogliando il blog. Questo, sarà per il tema trattato, per la curiosità che mi ha destato, mi è piaciuto molto!

    1. Si, sei la prima lettrice. 🙂
      Non conosco L’ombra del vento, forse ne ho letto la recensione (mi ricordo dei Libri Dimenticati!), ma non ho letto il libro stesso.
      Degli altri racconti che leggi qui, occorre far caso alla data che metto alla fine. Alcuni sono vecchissimi e si sente che “non ci credevo davvero”. Ma sono testimonianza del fatto che non ho mai smesso di scrivere. Qualche testo, che non ho ancora riportato nel blog, penso di riscriverlo. Hanno del potenziale, ma gli manca l’anima. Magari poi gli affianco anche la vecchia versione, per confronto.
      Questo racconto in particolare è biografico e su richiesta! Ovvero: il mio beta reader Mister E. mi ha raccontato di questo funerale e del suo trovarsi imbambolato di fronte alle lapidi. “Lo conosco, lo conosco, lo conosco” è proprio sua. “Ci potresti scrivere un racconto per Halloween…” Ma non sono riuscita ad aspettare fino al prossimo novembre! 😉

  2. Ciao Barbara 🙂
    Mi è piaciuto molto il tuo racconto; man mano che procedevo nella lettura, la curiosità di sapere come andava a finire aumentava. E il finale non ha deluso. Felice serata!

    1. Grazie Iara! In effetti in finale era quello che mi preoccupava di più. All’inizio avevo pensato ad una svolta fantasy, ma non funzionava. Poi è saltato fuori questo all’improvviso, con il cambio di scena.

  3. Se riesci a inserire un po’ di grappa, sarebbe perfetto per il concorso della distilleria, e lo dico contro il mio interesse perchè è più bello di quello col quale partecipo io! Grazie, quel mio racconto è vecchio, un ever green!

    1. Non vado matta per la grappa…Piuttosto lo faccio tradurre in inglese e mi cerco un concorso per vincere whisky scozzese!! 😉
      Scherzi a parte, come l’hai scovato quel concorso? C’è un gruppo? Una newsletter? Segnalazione di amici? Locandina al supermercato? Pubblicità casuale online?

    1. A soli 26 minuti dal mio attuale attracco. Quindi, devi assolutamente vincere quel concorso, che io ti porto un po’ di pubblico! 😉
      Fermo restando che potremmo anche incontrarci prima di ottobre, eh!

  4. Brava, Barbara. Ho letto con gusto e curiosità!
    Un gran finale.
    Giusto, partecipa a qualche concorso: il racconto sarebbe un sicuro candidato alla vittoria! 🙂

    1. Grazie anche a te, Marina!
      Quasi quasi mi convincete che è un racconto da concorso! Di sicuro mi date una bella carica di positività!
      Che per questo giugno-luglio-agosto ho un progetto più corposo da portare a casa! Prossimo post, in arrivo. 🙂

  5. Letto solo ora! una meraviglia!
    Mi è piaciuto il passaggio tra la coincidenza (conoscere tutti i morti) ed il pensare ad avere il diavolo che ti accompagna! per poi scoprire che invece era altro (ma lui non lo scoprirà mai ovviamente.. chissa che fine fa dal suo campo :)) quindi anche la suspence finale non manca e la mente vaga, vaga, vaga..

    1. Oh, era ora, meglio tardi che mai! Considerato che questo racconto è quasi su tua commissione, ero davvero curiosa di sapere se avevo centrato l’obiettivo! E’ stato laborioso, devo dire che ho seguito i consigli di Stephen King, lasciando il personaggio “libero”. Fino alle fine, non sapevo esattamente cosa sarebbe successo.

  6. E’ ben fatto davvero anche se nell’ultimo paragrafo in fondo per me è sempre Angelo che inconsapevolmente causa la morte del killer maldestro, essendo appena passato vicino ai due. Forse l’avrei intitolato “la morte ti segue” oppure “La fattura”, pensando alla zingara e giocando sul doppio senso, visto che il protagonista lavora in un’azienda. A tratti, mi ha ricordato il ravennate Eraldo Baldini, a mio avviso, attualmente il massimo autore horror italiano, della scuola emiliana-romagnola di giallisti/horror e compagnia bella: qualche nome: Lucarelli, Loriano Macchiavelli (la serie di Sarti Antonio, brigadiere.. mi pare), e mettiamoci anche Valerio Evangelisti (L’inquisitore Eymerich) e Varesi (il commissario Soneri) – anche se è di Torino… e il regista Pupi Avati che di film horror ne ha fatti: “Il nascondiglio”, “Zeder” e quell’indimenticabile “La casa dalle finestre che ridono” che all’ultima scena ti far stare di stucco. Forse con Zeder un po’ datati ora ma sempre molto belli. Di Baldini se non l’hai già fatto leggiti i racconti di “Gotico rurale” e altri romanzi e… dormi bene. Se riesci.

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