Cinquanta sfumature di panico

Mario, nei suoi innumerevoli lavori, ha la straordinaria capacità di trovarsi sempre al posto sbagliato nel momento sbagliato. Questa volta è nella stanza sbagliata, decisamente particolare.

Basato sul romanzo Cinquanta sfumature di grigio (Fifty Shades of Grey) di E.L.James. Le descrizioni rispecchiano sia il testo del libro che le ambientazioni scelte per l’omonimo film appena uscito. Ove discordanti, è stata data prevalenza al libro.


 

Questo è il terzo lavoro che cambio in due mesi.
“Vieni a far fortuna a Seattle!” mi ha esortato mio cugino al telefono. “Qui ci sono un sacco di opportunità!”
Davvero: pizzaiolo, fattorino ed ora elettricista. Ma del resto l’azienda per cui ho lavorato come impiegato gli ultimi cinque anni è fallita all’improvviso e la mia fidanzata mi ha lasciato subito dopo. E dato che vivevo a casa sua, sono pure rimasto senza un tetto. Non è che mi restava molta scelta.
Stasera avevo in progetto di guardarmi in tranquillità la partita di basket, avevo appena tirato fuori un paio di birrette fresche, quando il nuovo capo mi ha chiamato disperato. Un impianto sta dando problemi all’ESCALA, quel grosso residence per ricconi in centro città, ma il tizio che di solito se ne occupa è ammalato. Il proprietario dell’appartamento non è certo uno da far aspettare fino a lunedì, il capo è in trasferta sull’altra costa con metà squadra… Insomma, pare che l’unico imbecille libero fossi proprio io stasera.
E non era nemmeno contento di mandare me su questo posto. “Mi raccomando Mario! E’ un cliente importante ed esigente. Se il guasto è troppo complesso, isola la singola linea e poi ci va James settimana prossima. Però mi raccomando: non fare cazzate! E tappati gli occhi e la bocca su quello che vedi. Massima discrezione! La privacy è molto importante per questa gente!”
Si, si, ho capito… Non vogliono far sapere al fisco quanto se la spassano alle nostre spalle.
Parcheggio nel seminterrato dell’edificio, tra i posti auto dedicati ai fornitori, prendo dal furgone il trolley con gli attrezzi e mi dirigo verso l’entrata, alla reception.
“Attenda per cortesia. Il personale della sicurezza sta scendendo per accompagnarla.”
Inutile dire che qui ogni cosa trasuda lusso da far schifo. Cerco di non pensare alle ingiustizie della dea fortuna, ma probabilmente quei quadri alle pareti costano quanto il mio stipendio di una vita, tutta la mia misera vita.
Un energumeno vestito da becchino esce dall’ascensore e mi si para davanti.
“Il signor Pàtton? Salve, sono Sawyer. Prego, mi segua da questa parte”.
Mi accompagna verso un montacarichi di servizio vicino alle scale antincendio. Non so quanti piani sono, ma l’aria comincia a diventare pesante sotto lo sguardo vitreo di questo qui. Le porte automatiche si aprono d’improvviso e mi scorta lungo un corridoio stretto e angusto, poco illuminato.
Apre una porta anonima e mi fa cenno di passare per primo. Il locale è piccolo. Una scrivania sgombra, un paio di sedie e sulla parete retrostante un computer ed una decina di monitor con le immagini delle telecamere di videosorveglianza. Dev’essere il suo regno.
“Mi serve un suo documento d’identità”.
Glielo porgo velocemente. Lo prende, osserva la foto senza battere ciglio e poi lo poggia sulla scrivania. Apre un cassetto e ne tira fuori dei fogli ed una penna.
“Questo è un accordo di riservatezza, signor Pàtton. Lo legga e lo firmi. Senza questo, non la posso far accedere al resto dell’appartamento.”
Il mio sguardo dev’essere parecchio sconcertato, perché l’amico prosegue il discorso.
“Le si chiede solamente di non rivelare niente di ciò che vedrà, altrimenti la nostra reazione sarà piuttosto spiacevole. Una copia è per lei.”
Firmo senza leggere, tanto non avrei comunque scelta. Ad un povero cristo come me conviene sempre tener la bocca chiusa.
Si riprende i fogli firmati e li rinchiude nel cassetto, col mio documento.
“Ora le mostro il problema. Una delle telecamere del terrazzo di sopra è andata in corto. L’abbiamo sostituita, ma a quanto pare non c’è più corrente in tutta la camera da letto adiacente. Abbiamo bisogno di ripristinare quanto prima perché attendiamo ospiti in serata.”
Annuisco, pur non riuscendo a spiaccicare parola. Temo che se sbaglio un congiuntivo questo mi faccia secco qui seduta stante. E senza lasciare tracce.
Torniamo nel corridoio e giù in fondo apre un’altra porta. Lo scenario cambia completamente: uno spazioso atrio bianco e di fronte a noi gli specchi dell’ascensore principale. Al centro un antico tavolo rotondo in legno scuro ed un vaso di porcellana pieno di fiori candidi, che spandono nell’aria il loro profumo. Quadri costosi alle pareti anche qui, con una leggera spruzzata d’oro nei soggetti.
L’uomo apre una porta a doppio battente e ci troviamo in un enorme ingresso illuminato da un scintillante lampadario moderno, dal quale si intravede un immenso salone, con una parete tutta vetrata ed una veduta mozzafiato sulla città al tramonto.
Rimango a bocca aperta. Questo è niente meno che l’attico, una casa in cima alla torre dell’ESCALA. Nemmeno nei miei sogni ho immaginato tanto. Scorgo in un angolo un divano grande quanto una curva allo stadio e nell’altro angolo un pianoforte lungo a coda, così lucido da riflettere gli ultimi raggi del sole per tutto il soffitto.
Più in là vedo un imponente tavolo da pranzo con ben sedici sedie. Le riconto velocemente, proprio sedici. Ammazza! Questo posto odora di soldi e ostentazione. E sesso. Non so perché mi viene in mente la parola sesso, ma del resto dove ci sono soldi, di sicuro non manca neanche quello.
Mi sento terribilmente fuori luogo pensando al mio attuale monolocale, così misero e solitario.
“Da questa parte, al piano superiore” mi fa cenno il becchino. E lo seguo su per un’ampia scala panoramica.
“Questa è la camera che le dicevo” e mi indica la stanza dalla porta appena aperta.
Nella parete a lato apre un pannello mimetizzato. “Qui invece trova tutti gli interruttori del piano. E questi sono gli schemi.” Tira fuori una cartellina a fianco del quadro elettrico e me la consegna.
Estraggo la strumentazione dal trolley e comincio ad esaminare le prese della camera da letto, sotto l’occhio vigile e attento del becchino.
Dopo un’ora devo capitolare. “Il guasto non è qui dentro” affermo risoluto.
Guardo gli schemi nuovamente, torno nel pianerottolo ed indico la porta accanto. “La linea passa da qua. Dentro questa stanza ci dev’essere una derivazione.” Vado per aprire ma è chiusa a chiave.
Sawyer si irrigidisce. “Ne è sicuro?”
“Così dicono gli schemi” rispondo sulla difensiva.
Ci pensa su un attimo, poi estrae un mazzo di chiavi dalla giacca. “La faccio entrare, ma le do al massimo dieci minuti. Se non risolve, se ne va di volata e ci vediamo lunedì.”
Si ferma un istante con la maniglia a mezz’aria. “Si ricordi l’accordo di riservatezza. Non si faccia troppe domande. E soprattutto non cerchi le risposte” mi avvisa in tono gelido.
Entra e accende la luce.
Entro a mia volta.
Oh porco cazzo….che è sta roba?!

 

 

 

 

Deglutisco imbarazzato.
La prima cosa che mi colpisce è l’odore intenso, cuoio, legno e cera. Lo stesso odore di un’agenzia di pompe funebri, tanto per restare in tema col becchino che mi accompagna, ma qui lo stile dell’arredamento è decisamente diverso.
La luce delicatamente soffusa proveniente dai led incassati nel controsoffitto non riesce a nascondere le pareti tinteggiate di un acceso porpora. Al centro della stanza un divano in pelle rosso scuro di stile inglese guarda un letto a baldacchino dall’aria piuttosto antica. Sopra un materasso in pelle coordinato col divano e morbidi cuscini sempre nei toni del rosso.
Fin qui non ci sarebbe magari niente di strano. Ma in fondo campeggia un imponente croce di legno disposta ad X, con cinghie alle estremità per appenderci qualcuno. Sul soffitto pende un enorme griglia d’acciaio lucido e da questa scendono corde, catene, manette di ogni fattura e misura. E non assomiglia certo a quella che usava mio nonno per seccare i salami.
Di fianco alla porta, due lunghi corrimano, uno sopra l’altro, offrono in quantità e varietà fruste, frustini, piume colorate, lacci variamente intrecciati ed altri attrezzi strani dall’uso immaginabile, ma inspiegabile.
La mia attenzione si sofferma nell’angolo dove una rastrelliera in legno mette in bella mostra bacchette, bastoni e spranghe disposti in ordine crescente di lunghezza e spessore. Istintivamente mi si stringono le chiappe.
Dietro di me il becchino tossisce. Faccio finta di non scompormi più di tanto e cerco a muro la scatola di derivazione della linea elettrica. La trovo a fianco di un vecchio cassettone di mogano sulla mia sinistra. Per un secondo mi chiedo quali altri arnesi possano nascondere quei cassetti…
Sto ancora verificando la tensione nei diversi cavi, che un cellulare squilla.
“Si?” vedo Sawyer accigliarsi in ascolto. “Arrivo subito” e chiude la telefonata.
“Devo lasciarla qui un paio di minuti”
Oh oh, lo vedo stranamente agitato, che succede adesso?
“Sistemi tutto e si prepari ad andarsene.”
Esce e mi chiude dentro a chiave. A chiave!
Porca puttana, perché?
Perché cazzo mi ha chiuso qui dentro? Mi guardo attorno…oh merda, avranno mica bisogno di una cavia, vero? Ecchecazzo, era strano che uno ti chiama di sabato sera per una riparazione, dai! No, no, calma… Questo è un cliente fidato, il capo sa dove sono… e poi qui ci viene sempre James a far manutenzione! Siamo seri.
Per un attimo però penso all’aria un po’ femminea del viso di James ai suoi modi così ambigui… ed un dubbio terribile mi assale… Cristo santo!
Chiudo la scatola in velocità fissandola al muro con un colpo secco e mi metto ad origliare sulla porta, in attesa di capire dai rumori la mia sorte. Passano minuti che sembrano un’eternità ma sento solo il battito del mio cuore accelerato dall’ansia.
Ad un certo punto distinguo dei passi nel pianerottolo e qualcuno mormorare. Devo nascondermi!
Mi guardo in giro dietro di me, focalizzo un punto, spengo la luce e corro ad infilarmi sotto il letto, un classico in queste situazioni.
La chiave gira nella serratura, ma la porta si apre qualche istante dopo e la luce viene nuovamente accesa.
Trattengo il fiato.

 

 

 

 

Una donna entra nella stanza, lo sento dal suo passo leggero.
Trovo un’apertura attraverso il drappo che orla il letto e guardo con attenzione. Un uomo rimane in attesa sulla soglia. Alto e ben piazzato, va alla pari col mio amico becchino. I miei muscoli si appiattiscono saldamente a terra dalla paura.
Lei indossa un paio di jeans che evidenziano le sue curve sexy. Si ferma davanti alle pertiche e accarezza incantata uno degli attrezzi appesi.
“Si chiama flagellatore” risponde pacato l’uomo dietro di lei.
Oh madonna, penso, un flagellatore… torture del Medioevo! Scappa da sto posto ragazza, dattela a gambe!
E invece rimane lì, ammutolita, probabilmente talmente sotto shock da non riuscire a reagire.
Lentamente si avvicina al letto, credo stia rimirando la lavorazione intagliata delle colonne. O le catene pronte ad imprigionarla su di esse.
L’uomo mormora qualcosa, ma non distinguo le parole.
“Sei tu a fare questo agli altri o sono gli altri a farlo a te?” chiede lei con calma.
Rimango interdetto dalla domanda. Ma non sarà mica interessata??
“Agli altri? Lo faccio alle donne che lo desiderano.”
Tiro un sospiro di sollievo, almeno qui la cavia non sono io. Certo mi sfugge perché una donna dovrebbe desiderare di entrare qui dentro. E soprattutto non credo che l’uomo sarebbe contento di beccarmi qui sotto… Dio santo, fammi tornare a casa sano e salvo!
“Se hai già delle volontarie, cosa ci faccio io qui?”
“Perché vorrei farlo con te, lo vorrei tanto.”
“Ah” risponde lei sussultando.
Mi sembra abbastanza ovvio perché uno ti inviti a casa sua a vedere la collezione di frustini. Sulle farfalle potrei anche avere qualche dubbio, ma con i frustini… Deglutisco. Comincia anche a mancarmi l’aria qui sotto.
La vedo spostarsi verso il fondo, verso una panca imbottita rivestita in cuoio rosso cupo.
“Sei un sadico?”
Eh, hai vinto l’Oscar bambina mia!! Che non s’era capito?
“Sono un dominatore” risponde lui grave.
Nel senso che gli piace giocare a domino? Sogghigno. Non si starà prendendo troppo sul serio?
“Cosa significa?”
“Significa che voglio che accetti di abbandonarti spontaneamente a me, in tutto.”
“Perché dovrei fare una cosa del genere?”
“Per compiacermi.” Poi lui continua “In parole povere, voglio che tu desideri compiacermi”
Questi sono strani forti, penso. Non basta una sana e vigorosa scopata? C’è bisogno di mettere in scena tutto questo? Oppure da qualche parte c’è nascosta una bella videocamera e ci girano filmini porno?!
“E come dovrei fare?”
“Ho delle regole e voglio che tu le rispetti. Sono per il tuo bene, e per il mio piacere. Se le segui in modo soddisfacente, ti ricompenso. Se non lo fai, ti punisco, così imparerai” risponde lui piano.
“E tutto questo armamentario quando entra in gioco?”
“Rientra tutto nel pacchetto degli incentivi. Premi e punizioni.”
Amico, a guardare qui dentro vedo solo punizioni, ma magari mi sbaglio eh! Signore, facciamola finita… vorrei andare a casa dalla mie birrette, integro possibilmente!
“Quindi tu ti ecciti esercitando la tua volontà su di me.” Ed il tono di lei sembra alquanto deluso.
“Si tratta di conquistare la tua fiducia e il tuo rispetto, in modo che tu mi consenta di esercitare la mia volontà su di te. Io traggo un grande piacere, addirittura gioia, direi, dalla tua sottomissione. Più tu ti sottometti, più la mia gioia aumenta: è un’equazione molto semplice.”
Fatemi capire: punire una donna per conquistare la sua fiducia? Ma i vecchi mazzi di fiori e scatola di cioccolatini no? Ma questo qui è sciroccato forte! E se mi trova sotto il suo letto dio solo sa come mi combina… Il mio cuore sobbalza nuovamente. Cazzo, voglio andare a casa!!
“D’accordo, e io cosa ci guadagno?” chiede lei, risoluta nella sua voce.
L’uomo ci pensa qualche secondo. “Me” dice infine.
Eh certo, un prezzo equo per guadagnarci un miliardario al tuo servizio.
Scende il silenzio sulla stanza, non deve poi averla convinta così facilmente. O forse lei sta semplicemente facendo un paio di conti.
“Non rivelerai niente, Anastasia. Torniamo al piano di sotto, dove riesco a concentrarmi meglio. Mi distrae molto averti qui dentro.”
Vedo che lui le tende una mano, ma lei non reagisce.
“Non ti farò male, Anastasia”
No, te meno solo. E col tuo consenso pure! Penso amareggiato.
Lei gli prende la mano e si lascia trascinare fuori. Lui spegne la luce e richiude nuovamente a chiave la porta.
Cerco di recuperare il mio battito cardiaco, ma ancora non mi azzardo ad uscire dal mio nascondiglio. E se ritornano? E se decidono di iniziare i giochetti giusto stasera? Ma dove cazzo è finito Sawyer?

 

 

 

 

Passa all’incirca un’altra mezz’ora. I miei muscoli sono al limite per quella posizione costretta.
Sento nuovamente girare la chiave nella serratura e mi irrigidisco. La porta si apre piano ed entra solo una testa nel buio. E adesso che è?
“Signor Pàtton?” dice piano.
“Signor Pàtton? Deve uscire immediatamente…” riconosco la voce del becchino.
Esco da sotto il letto e rispondo sottovoce “Eccomi.”
“Venga, presto”. Richiude la stanza. Con un cenno del capo mi indica di riprendere il mio trolley nella camera da letto a fianco.
“Da questa parte, veloce!” mi intima.
Scendiamo le scale e ci fiondiamo nuovamente nel suo ufficio.
Apre il cassetto e mi restituisce il mio documento. “Lei è uscito da qui almeno un’ora fa, ci siamo intesi? Credo convenga ad entrambi.”
Annuisco con un cenno del capo. Di sicuro non vuole spiegare al suo padrone cosa ci facevo là dentro.
Mi riaccompagna giù alla reception e mi saluta con un gelido “Buona serata.”
Esco boccheggiando fino al parcheggio ed una volta fuori prendo un grosso respiro. E’ andata. Non so se lunedì avrò ancora un lavoro, ma intanto penso solo ad una cosa: le mie birrette fresche.

 

(c) 2015 Barbara Businaro

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